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In ambito giornalistico l'approccio preferito è stato il tentativo di stabilire un bilancio contabile tra la quota di bene e la quota di male generate da quegli anni, tra l'eredità buona e quella cattiva, di solito attraverso la contrapposizione tra nostalgici impenitenti e detrattori iconoclasti, magari inquadrata dal buon senso comune redazionale. Le voci, da una parte e dall'altra, sia a livello internazionale che locale, sono quasi sempre le stesse, già chiamate in causa dieci e vent'anni fa (per fare un esempio ticinese: l'immarcescibile Giò Rezzonico testimone critico dell'occupazione dell'aula 20). Inutile dire che, in quanto promotori di studi e archivi di storia sociale, questo modo giornalistico di guardare al Sessantotto ci interessa poco. Preferiamo allora ricordare, limitandoci all'editoria italiana, iniziative come le ristampe di Laterza o l'Enciclopedia del Sessantotto di Manifestolibri. In questa pagina vogliamo occuparci rapidamente di un paio di questioni. La prima prende le mosse da un intervento di Luigi Cavallaro sul Manifesto del 17 giugno 2008. Cavallaro, di fronte al proliferare di pubblicazioni sul Sessantotto "scritte prevalentemente da protagonisti o testimoni", riflette sul rischio che la presenza della memoria, "eminentemente (e irrimediabilmente) soggettiva", porti gli autori alla "predisposizione di un apparato documentario più o meno cospicuo al solo scopo di "provare" la plausibilità di una ricostruzione che però è figlia della memoria". L'avvertimento di Cavallaro è più che opportuno e ogni storico-testimone non può esimersi dal riflettere su quanto la memoria possa essere una zavorra fuorviante (evidentemente non si tratta di un problema esclusivo della storiografia del/sul Sessantotto).
Non molto tempo fa, discutendo di un lavoro propostoci per la pubblicazione, ci siamo però trovati di fronte a una situazione per certi versi rovesciata, che presenta risvolti altrettanto problematici. In che misura è possibile ricostruire una realtà come quella dei movimenti degli "anni '68" (formula scelta da alcuni storici francesi per indicare un periodo che inizia prima e si prolunga fin dentro i Settanta) appoggiandosi solo sui "documenti" che affrontano esplicitamente, dall'interno o dall'esterno, il convulso agitarsi delle varie organizzazioni? Nel tracciare un quadro molto generale i problemi sono forse minori, ma allo sguardo ravvicinato possono insorgere difficoltà di analisi legate proprio all'assenza di memoria. Lo storico si trova alle prese da un lato con un apparato di autorappresentazione difficilmente valutabile, dall'altro con sguardi esterni spesso incapaci di cogliere lucidamente la realtà di cui parlano. Per leggere questa realtà, per illuminarne, sia pure soggettivamente, i frammenti, ecco allora che la dannata memoria può diventare necessaria. Nella pagina del Manifesto che ospita l'articolo di Cavallaro, si suggerisce, a chi vuole "disporre di una guida ragionata al '68, senza però sobbarcarsi l'onere di decifrare quanto di storia e quanto di memoria c'è dentro", la lettura di MARICA TOLOMELLI, Il Sessantotto. Una breve storia (Carocci, 2007): l'autrice è nata dopo il Sessantotto e non si porta dietro quella memoria che sembra essere una sorta di "peccato originale". Un'altra storica, ANNA BRAVO, inizia il suo A colpi di cuore. Storie del Sessantotto (Laterza, 2008) proprio con appunti sulla memoria: "la memoria è spesso puntiforme, mostra vuoti, slabbrature, cronologie incerte". E in questo libro la memoria riveste apertamente un ruolo importante nel tentativo di dar conto di quegli anni, tentativo non meno riuscito di quello, molto diverso, della Tolomelli (e certamente più piacevole da leggere, anche per la forte presenza dell'io). Il lavoro della Bravo mostra come al di là delle riflessioni astratte sulla pericolosità della memoria, importante sia soprattutto la consapevolezza del rapporto tra storia e memoria e la sua esplicitazione. Dalla memoria
ai documenti, e alla nostra Fondazione. La scarsità degli
studi fin qui dedicati agli "anni '68" nella Svizzera italiana
è forse determinata anche dalla frammentarietà
della documentazione disponibile. Accanto a un'organizzazione duratura
e istituzionalizzata come il Partito socialista autonomo, vi sono
decine di gruppi di diversa natura, spesso effimeri, che hanno prodotto
documenti interni, giornali, volantini, sparsi qua e là in
raccolte private. Alcune schegge di questo archivio plurale e disperso
sono già state affidate alle cure della Fondazione. Da
quest'anno vorremmo raccoglierne altre, di schegge, e poi allestire un
catalogo ragionato che permetta ai ricercatori di muoversi
più facilmente nei meandri cartacei degli "anni '68".
Invitiamo i detentori di documenti questa natura a prendere contatto
con noi. Stiamo anche pensando a una raccolta di testimonianze orali,
di cui dobbiamo decidere i criteri.
Documenti e spuntiA inizio
2008, Urs Frey ha seguito per la rubrica "Storie" della RTSI le tracce
lasciate dalla rivoluzione del '68 nel percorso di alcuni personaggi
grigionesi. Una serie di ritratti e memorie di esperienze vissute a
distanza di 40 anni
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