DOMENICO VISANI (1894-1969)

Tratto dalla prefazione del libro di Gabriele Rossi

Nelly Valsangiacomo | 1994 | pp. 222

 

 

 

 

In una recente raccolta imperniata sui legami tra il Ticino e l’università di Friborgo, il professor Roland Ruffieux pone in evidenza lo scarso seguito che il genere biografico riscontra nella storiografia ticinese. Non è difficile elencare alcune ragioni che diano senso a tale anomalia.
“Il Ticino, chiuso a Nord dalle Alpi e a Sud dalla frontiera è come una forma di formaggio che non prende aria e fa i vermi… ” affermava Plinio Martini. In uno spazio ristretto, ogni tentativo biografico ha grandi probabilità di diventare agiografia. Inoltre vengono a mancare spesso le fonti documentarie sufficienti per un corretto lavoro di interpretazione, e bisogna consegnarsi inermi ai ricordi di coloro che condivisero alcuni momenti della vita pubblica o privata del personaggio su cui si lavora.
Sulle soglie dell’archivio di famiglia sostano in generale attenti Cerberi, decisi a piegare la storia alle necessità dettate dal buon nome della stirpe, con un impegno degno di miglior causa. Fondi privati recenti consegnati a istituzioni pubbliche e aperti senza remore agli studiosi sono, nel Cantone, pregevoli fiori ben più rari delle specie più minacciate e più protette delle nostre Alpi.
Si ha insomma troppa paura di mettere in piazza una visione critica della personalità indagata, tanto più se l’autore di tale ricerca non può essere controllato da vicino. Chi mai avrebbe potuto, nei cinquant’ anni che hanno seguito la morte di Giuseppe Motta, per esempio, districarsi, senza problemi gravissimi, tra i vincoli sul materiale e i pregiudizi popolari sul personaggio senza il rischio di essere relegato, per un’ opinione sull’ uno o l’altro degli aspetti controversi, tra il pattume, con in più la fama di fazioso?

A queste difficoltà si somma spesso la paura di scoprire, a percorso iniziato, che la personalità scelta non resiste all’analisi, si dimostra troppo fragile, non propone aspetti degni di approfondimento. Il timore era reale nel caso presente; quando Nelly Valsangiacomo scelse di studiare Visani sapeva benissimo che l’uomo si era mosso in ambito quasi esclusivamente cantonale, senza suscitare grande clamore attorno alla sua persona o alle sue idee. Avrebbe “tenuto”, avrebbe saputo recitare il ruolo di protagonista?
Il Visani sindacalista e l’uomo, sempre attento ad aiutare chi si trovava in difficoltà, hanno risposto bene alle aspettative; più sfumato deve essere il giudizio sul Visani politico, per il quale risulta difficile stendere un ritratto definitivo.
Trent’ anni di silenzio obbligato, prima di ottenere infine la naturalizzazione, hanno fatto sì che Domenico Visani fosse diventato uno specialista dei temi che erano legati alla sua professione, distogliendolo dalla lotta all’interno del Partito, che considerava strumento della classe lavoratrice: come tale esso doveva innanzi tutto mantenere la coesione interna per essere efficace nella difesa degli interessi operai. Ciò non significa che mancassero riferimenti ideali, o difettasse una linea politica; essi erano posti al servizio della pratica. Nei verbali degli organi diretti vi, nei dibattiti in Gran Consiglio, nei congressi del Partito la sua voce non si alza quasi mai nei momenti di polemica e di scontro, se non per richiamare all’unità.
Tale comportamento solleva gravi difficoltà per chi voglia capire fino in fondo la rilevanza politica di Visani negli Anni Cinquanta e Sessanta; l’editore ha pensato bene, allora, di offrire ad Alfredo Bernasconi il destro per mettere nero su bianco alcuni ricordi e qualche riflessione sul Visani politico, dettati dalla pratica comune. Il lettore troverà queste pagine in chiusura del libro.

Se la fatica dell’autrice è stata ripagata dallo spessore che il personaggio ha evidenziato, per l’editore restava il dilemma: perché dare alle stampe la biografia di Domenico Visani oggi? Per una volta non vale la soluzione più semplice. E’ vero che l’uscita del libro cade nel centenario della nascita, ma la coincidenza è casuale. Infatti avrebbe scarso, per non dire nullo, senso ricordare un sindacalista per sole ragioni anagrafiche.
Una recentissima polemica ci consente di capire meglio le intenzioni dell’editore. A Teramo, le operaie di una fabbrica applaudono il licenziamento di quattro loro colleghe di lavoro colpevoli di essere iscritte al sindacato. Michele Serra scrive un pezzo di commento alla notizia, nel quale afferma: “I cent’anni di immensa fatica spesi da operai e braccianti per guadagnarsi dignità e cultura valgono, ad occhio e croce, tanto quanto i dieci anni di ‘Beautiful’ che sono bastati a distruggere l’una e l’altra”.
E’ una disamina che non lascia indifferenti. La reazione va in due direzioni: si è coscienti che contro il potere di corrosione di massa dei media non c’è molto da fare, perciò ci si compiace di essere nella minoranza sempre più ristretta che resiste. Spesso è questa l’immagine che suscita la Fondazione PellegriniCanevascini in coloro che vengono a contatto con la sua opera; sopravvissuti alla deriva, dignitosi ed innocui. Spesso ci sentiamo davvero in quelle condizioni, e la cosa non ci dispiace sempre: il martirio attira. E tuttavia la realtà è di ben altra complessità.
Il sindacato Cgil impugna i licenziamenti di Teramo: “E se fossimo tutti vittime dei mass-media, della predicazione ‘nuovistica’ da un lato, e della sindrome masochista che affligge la Sinistra dall’altro?” L’avvocato Alleva chiama a testimoniare le colleghe di lavoro e tre di esse denunciano le minacce padronali che stanno alla base del loro comportamento antisindacale. Minacce e pressioni che hanno avuto buon gioco finché non è stato possibile dimostrare che il gioco era vecchio e che altri lavoratori, unendosi, l’avevano già scoperto e battuto.
Ce que d’autres ont réussi, on peut toujours le réussir diceva Saint-Exupéry. E’ nella realtà del conflitto sociale qui e ora che ha il suo piccolo posto anche la battaglia per riportare alla luce il sudore speso nella lotta per la dignità e la cultura operaia: offrire spessore storico alle battaglie che si conducono oggi e che si dovranno iniziare domani è l’idea che sta alla base di questa nuova fatica editoriale. Domenico Visani iniziò la sua attività sindacale come rappresentante dei metallurgici di Bodio. Settantasette anni dopo essi sono di nuovo in lotta. E’ sorpassato allora, è fuori tempo voler sapere qualcosa di più su questi fatti, sulle persone che li hanno vissuti?

La biografia di Visani solleva innanzitutto il problema dello “straniero”, e più ancora dello straniero che fa politica, che disturba l’ordine costituito. Per renderci conto di quanto sia profondo il sommovimento che tale questione suscita, specialmente nei villaggi sopracenerini, dove altra è l’immagine del nonindigeno (il quale, se ha obblighi, non possiede invece diritti), dovremmo ricordare che siamo di fronte ad una società che ha sempre individuato la gerarchia come stato naturale dell’umanità, in una relazione di superiorità/inferiorità che ricorda da vicino quella intravista in altri momenti storici.
Todorov, analizzando la concezione di Sepùlveda sull’ineguaglianza tra indiani e spagnoli, espressa nella famosa controversia di Valladolid (1550), ha evidenziato una serie di opposizioni:
indiani/spagnoli = bambini (figli)/adulti (padri) = animali (scimmie)/esseri umani = ferocia/clemenza = intemperanza / temperanza = materia/forma = corpo/anima = appetito/ragione = bene/male.
Basterà sostituire all’ erudito spagnolo i giornali e i politici ticinesi, e mettere
la popolazione del Cantone al posto degli spagnoli, gli operai italiani nel Ticino al posto degli indiani, ed ecco che ci si rende conto del perché ciò che maggiormente sconcerta le autorità, e viene ritenuto, non a torto, molto pericoloso, nell’azione dell’ operaio italiano Visani sia la ragionevolezza, la temperanza, l’umanità, il comportamento adulto.
Egli va minando in tal modo i cardini stessi della mentalità vigente; bisogna impedirglielo. Dovranno perciò costruire un Visani feroce attentatore ai tralicci dell’alta tensione (un Peltrinelli ante-litteram), irragionevole. Più tardi proveranno a descriverlo come intemperante: un episodio tanto meschino da meritare d’esser passato sotto silenzio per amor di patria.
Marc Vuilleumier ha già sottolineato questo aspetto nella sua sintesi sull’ immigrazione in Svizzera, e ci ricorda che furono le successive ondate di esuli socialisti e sindacalisti a far nascere il fenomeno; fino a quel momento lo straniero aveva semmai contribuito a rafforzare i valori vigenti nel paese. A tradurre in pratica la svolta venne, nel 1890, l’istituzione della polizia politica, di quello che oggi è il Ministero pubblico della Confederazione: “Controllare la festa del Primo Maggio fece parte dei primi compiti della neonata polizia politica, la cui attività era in generale diretta verso la sorveglianza del giovane movimento operaio e degli emigranti stranieri in Svizzera, di orientamento repubblicano”.
Domenico Visani attese per trent’ anni che le autorità allontanassero la minaccia di espulsione che pendeva sul suo capo. Non appena fu naturalizzato, divenne il primo cittadino del Cantone; una vicenda personale che diventa esemplare, anche perché si muove con sullo sfondo il periodo più tragico della storia recente, le guerre mondiali e l’interregno dominato dalle destre e dalla crisi.

Un secondo aspetto da seguire con interesse è quello legato alla formazione del gruppo dirigente del movimento sindacale facente capo alla Camera del Lavoro. Prendiamo in considerazione alcuni dati biografici dei segretari camerali succedutisi fino a Visani:

Nome anno
di nascita
professione militante dirigente segr.
CdL
anno età
Macchi 1876 Cappellaio 1898 22 1898 23
Gobbi 1876 fattorino di banca / commesso PTT 1900 24 1905 29
Canevascini 1886 Contadino / manov. 1906 20 1907 21
Mantegazzi 1889 pittore decoratore 1911 22 1912 23
Gasparini 1888 Maestro 1908? 20 1918 34
Visani 1894 meccanico macch. 1910 16 1917 28

Fino a Mantegazzi l’età dei dirigenti è molto bassa, e la loro militanza ridotta nel tempo, anche se in generale, questi giovanissimi potevano contare comunque su alcuni anni di esperienza nel movimento (e tali costatazioni valgono pure per i principali dirigenti del PST, Ferri, Valsecchi, Alberti, militanti tra i 17 e i 23 anni, dirigenti a 24, 22, 27). E’ il periodo iniziale, in cui si costruisce ex-novo. L’ondata seguente, quella che verrà con gli sconvolgimenti degli ultimi anni di guerra, presenta invece un periodo di militanza più lungo, sempre oltre illustro, e raggiunge i posti dirigenti verso i trent’ anni; anche Patocchi e Zeli, nel sindacato ferrovieri, Borella nel partito confermano questa evoluzione. I precursori hanno in comune anche la formazione; scolarità limitata all’obbligo, ma spesso con risultati ottimi, e apprendimento di un lavoro manuale; il gruppo del 1918 presenta già figure che provengono da altri contesti, come quello magistrale (Zeli, oltre a Gasparini). Visani, in questo caso, costituisce l’eccezione; il suo iter si ricollega a quello dei dirigenti d’anteguerra.
Ma in che modo Visani entra a far parte del ristretto gruppo dirigente sindacale in Ticino? Per cercare una risposta dobbiamo riassumere le tappe principali percorse dal sindacalismo cantonale nel suo primo quarto di secolo d’ esistenza.

La data di nascita del sindacalismo organizzato su scala cantonale coincide con quella del decollo economico del Cantone dopo la lunga stasi di fine Ottocento, il 1896. Fino alla fine del primo decennio del nuovo secolo, il movimento avrà due poli: industrie e artigianato a Lugano, cave in Riviera e Leventina. E’ il periodo in cui il segretario della Camera del Lavoro dirige l’intera attività, salvo sporadici scontri col segretario degli scalpellini.
Con il 1909 si apre un secondo periodo: la Camera del Lavoro deve modificare gli statuti e perde il controllo degli scioperi. Ciò significa che viene a cadere de jure il ruolo dirigente del segretario camerale. Di fatto, tuttavia, l’ isolamento del Ticino e la diversità linguistica rispetto al resto della Confederazione consigliano moderazione alle federazioni, che troveranno più comodo lasciare in mano alla Camera del Lavoro i fili dell’intera struttura cantonale in attesa di una sufficiente crescita numerica dei loro aderenti. Solo i ferrovieri sono in grado di far da sé, sia per numero, sia perché per loro non valgono le due barriere ricordate poc’anzi. Sono anni di crisi, durante i quali i finanziamenti promessi dall’Unione Sindacale, e versati a spizzico, vengono progressivamente meno (costituiscono il 20% delle entrate della CdL nel 1910, il 5% nel 1913, poi cessano); l’organizzazione mantello si andò dimenticando di avere un’appendice oltralpe.
A rappresentare i lavoratori di lingua italiana rimasero i socialisti italiani in Svizzera, più vicini ai centri politici e sindacali nazionali, e in linea con i loro intendimenti neutralistici, mentre gli interventisti ticinesi restavano isolati. Visani giunge a dirigere la sezione di Bodio, terreno sindacale nuovo, in collegamento con i vertici nazionali e in funzione antagonista alla Camera del Lavoro e al Partito socialista. Si tratta di un caso unico, perché anche Zeli, scelto a dirigere la SEV, fu sostenuto dai due movimenti cantonali. Poteva crearsi una frattura profonda nel movimento sindacale cantonale, ma non fu il caso. Alla fine del 1920, il segretariato FOMO venne trasferito a Lugano; si completava così, anche visivamente, una fusione che si era già realizzata a fine’ 17, e rafforzata nel luglio seguente durante lo sciopero generale di Lugano, diretto dalla CdL, ma appoggiato in pieno dai metallurgici. Il carattere conciliante di Visani favorì gli eventi, ma ci sembra almeno altrettanto importante un altro aspetto: italiano, Visani non costituiva un pericolo per la leadership politica di Canevascini, e avrebbe evitato in seguito che la carica di segretario camerale costituisse il trampolino di lancio per gli antagonisti del “Padreterno”. Il caso di Zeli mostra quanto il controllo dell’ apparato sindacale potesse essere un’arma potente nella vita di partito. Il sanguigno dirigente dei ferrovieri costituiva il suo feudo a Bellinzona, mentre ciò non sarebbe avvenuto mai per Biasca e Bodio, contrariamente ai timori.
Domenico Visani assume quindi la carica di segretario della Camera del Lavoro sotto un triplice peso negativo: si spera che rimanga nell’ombra come una figura di secondo piano, deve fronteggiare la frantumazione causata dal sorgere di segretariati sindacali di categoria con impiegati a tempo pieno in Ticino, dirige un’ organizzazione che sta andando verso una profonda crisi. In pochi anni egli uscirà vittorioso dalla triplice sfida.

Il “padre del sindacalismo ticinese”, contrariamente al “padre del socialismo ticinese” non tende al protagonismo, anzi, si defila; crea però un’immagine di sé che i padroni contribuiranno a diffondere: “Non faccia il Visani”, affermerà uno di essi ad un’ operaia che rivendicava i suoi sacrosanti diritti; il sindacalista ha il volto della ragione e del bene. Ma è soprattutto all’interno dell’organizzazione che Visani dovrà battersi per far capire l’importanza del segretario della Camera del Lavoro. Il rapido successo del sindacalismo cristiano-sociale all’inizio degli Anni Trenta pone l’intero sindacalismo libero di fronte al problema della rappresentatività. Visani lo ripeterà a lungo: per contrastare il segretario OCST ci vuole un omologo CdL con gli stessi poteri. Sarà una battaglia in gran parte persa contro il settorialismo imperante nell’Unione Sindacale Svizzera, ma non del tutto inutile. Certo, i colleghi del resto della Confederazione avranno sempre difficoltà a capire che la situazione ticinese è del tutto particolare e necessita di pratiche differenti di quelle in uso altrove. Nel 1945, solo l’unione di tutte le sue forze cantonali permette all’USS Ticino di uguagliare il numero di aderenti dell’OCST; in Svizzera, invece, il rapporto è favorevole all’USS per uno a otto. Nonostante tutto, Visani riuscì ad impersonare il sindacato libero, in uno con Amilcare Gasparini, creando un pendant alla figura di mons. Del Pietro. La presenza assidua del segretario camerale agli scioperi e alle sedute dell’Ufficio di Conciliazione, come alle serate pubbliche e ai comizi rese possibile questa identificazione. Divenne più difficile riproporla quando si diffuse e generalizzò la pratica dei contratti collettivi, dove è il segretario di categoria ad avere le luci della ribalta.
In questa rincorsa alla leadership, resa necessaria dall’aspra lotta con i rivali cristiano-sociali, Visani cerca anche di privilegiare i temi che giustificano la presenza e l’operato della Camera del Lavoro al di sopra, o accanto, alle federazioni di mestiere: la legislazione del lavoro, la formazione professionale, la cultura operaia, l’assistenza sociale, la propaganda ideale. Troviamo spesso il nome di Visani associato a battaglie inizialmente poco sentite dai lavoratori, come quella sulle vacanze pagate; i padroni cercavano tutti gli stratagemmi per evitare di farle apparire nei contratti collettivi, e l’OCST sovente riteneva fuorviante insistere sul tema, preferendo accettare e incassare a favore dei lavoratori discreti aumenti salariali. Cocciutamente Visani difese le vacanze per ragioni superiori di dignità dell’ operaio, ed ebbe ragione, a lungo andare, anche contro il parere di molti operai affiliati al suo sindacato.

Formare l’opinione degli iscritti significa ritenere che, per modificare la società, per rovesciarne, in ultima analisi, le prospettive, bisogna prima di tutto creare l’uomo nuovo. C’è una forte componente ideologica in questi dirigenti del movimento operaio; essa è tuttavia grandemente condizionata dall’ambiente in cui si trovano ad operare. La Camera del Lavoro cercò molto presto di muoversi di concerto con altri sindacati quando la fabbrica ticinese non era altro che una filiale di un gruppo, come la Tobler, per esempio, di importanza sovrannazionale. Furono presi e mantenuti contatti con la sede bernese, con Torino, quella Torino da cui, in quegli stessi anni, doveva fuggire Piero Pellegrini, perseguitato dai fascisti. Ma al momento di partecipare ad uno sciopero comune, sulla base di rivendicazioni uguali per tutti, ecco che la sede di Besso risultò l’anello debole: le pretese che risultavano contenute per i lavoratori bernesi, costituivano un raddoppio del magro salario delle cioccolataie luganesi, del tutto improponibile. La catena si ruppe, e la sfiducia di tutti ricadde sui sindacati ticinesi: a torto.
Il movimento sindacale si è sempre battuto contro quel tipo di economia che sfrutta i margini consentiti dai bassi salari, ultima spiaggia di industrie obsolete, il cui mercato va spegnendosi; sin dall’inizio si è negato l’interesse del Cantone e della sua classe operaia per una crescita industriale ad ogni costo. E tuttavia, i meccanismi di questa condizione di Hong-Kong della Svizzera hanno pesato per tutto il secolo che ci separa dagli esordi dell’ azione sindacale nel Cantone. Sapersi muovere con profitto in una situazione tanto complessa, senza cadere nella trappola del conformismo o cedere alla rassegnazione rappresenta, per chi voglia osservare le cose nella loro interezza, una grossa lezione di realismo, cui non è mai mancato, fino ai tempi più recenti, il supporto di una forte tensione ideale.

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