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15.03.2007

L'attività della FPC in campo archivistico

Gabriele Rossi

Premessa

La storia operaia, quella economica e persino la storia sociale hanno faticato ad imporsi in questo cantone. Da noi pullulano le pubblicazioni sul Ticino del buon tempo, che è solo agricolo, al massimo di cave e miniere. Per la nostra radio, l'economia è sinonimo di borsa o di acquisizioni di aziende, di conti in nero o in rosso. Vi sono però segnali di risveglio recente. L'attività della Fondazione si è inserita in questo quadro, con alcuni punti fermi. Li elenco di seguito:

a) contro la storia di partito
Abbiamo cercato di tener separate appartenenza all'area e ricerca, anche a livello di statuti. Dunque, contrariamente a Bacchetta-Cattori il quale, nell' aprire la serata dedicata agli archivi del PPD invitò i presenti al congresso come se ci potessero essere in sala solo pipidini, noi non lo faremo (anche perché il congresso c'è già stato, dirà qualcuno). In realtà abbiamo vissuto momenti in cui nel Consiglio direttivo della Fondazione non c'era nessun membro del PST; malgrado ciò l'attività è proseguita con lo stesso nome e nella stessa linea.

b) contro la storia asettica
Prendere posizione ci è sempre parso doveroso. Canevascini ricordava che la neutralità non poteva essere che attiva difesa della democrazia e della libertà, non equidistanza. Forniamo tuttavia al fruitore gli strumenti per farsi una sua opinione e accettiamo le critiche; la seconda edizione dell'Economia a rimorchio è uscita con la lettera di risposta dell'avv. Tito Tettamanti, per esempio.
Ciò non significa accettare la storia a tesi. Neppure ci interessa creare la sensazione per far parlare i mass-media, secondo la nuova massima materialista che cambia la nota visione di Marx e afferma: "La storia di ogni società esistita finora è storia di lotte di audience".

c) per una funzione allargata dell'Archivio di Stato
È stato duro convincere la sinistra che le carte vi potessero essere al sicuro. Virgilio Gilardoni aveva più volte sottolineato i limiti della funzione pubblica del vecchio archivio. È stato duro convincere lo Stato che doveva assumere un ruolo propositivo in materia. Durante i nostri primi contatti, il Direttore di allora, Raffaello Ceschi, aveva esposto subito il problema principale dicendomi: "E se domani mi offrono di ritirare gli archivi della Monteforno, dove li metto?" Acquisire la ricchezza di questi fondi privati aveva un costo. È stato duro gestire infatti anche il giusto equilibrio tra pubblico e privato. Da questo punto di vista la nostra posizione di partenza è stata quella di depositare solo archivi catalogati a nostre spese e pronti alla consultazione. È duro infine evitare la riprivatizzazione delle fonti; in questa nostra società centrata sul mito della proprietà privata, della promozione individuale e del successo, qualche furtarello è sempre possibile, mentre resta tradizione quella di "bonificare" i fondi prima di alienarli. Per questo, tra l'altro, cerchiamo di far passare il minor tempo possibile tra la richiesta delle carte e il ritiro delle stesse.

d) per aprire i confini della ricerca
Sin dall'inizio abbiamo ritenuto indispensabile offrire ai ricercatori e soprattutto agli studenti universitari il nostro aiuto, la nostra consulenza. Forniamo altresì materiali ai corsi di formazione sindacale, così come alle scuole (alle quali non chiediamo di risolvere il problema dello scarso spazio dedicato alla storia operaia).
Personalmente sono contento di aver in questo modo procurato alla ricerca molto più materiale di quanto non ne abbia usato.

La storia dell'archivio

Inizia trent'anni fa. "Non c'è più nulla." Era la risposta tipica che riceveva chi si metteva alla ricerca di fonti. Fu grazie all'allora segretaria del PST Nice Monico che entrai per la prima volta nelle cantine della Camera del Lavoro e del Partito. Esse erano poste sotto il livello del lago di Lugano, per cui ad ogni alluvione l'acqua vi penetrava per un mezzo metro. Per entrare si dovette spingere da parte una massa di carta mista a fango e consolidatasi in una sorta di mattonelle. Solo i ripiani superiori contenevano incarti legati con lo spago e coperti di polvere ma salvabili.

cartolina commemorativa
cartolina commemorativa
con annotazione di mano sconosciuta

Da allora abbiamo ritirato una sessantina di fondi per un totale di oltre 2000 scatole, donati o depositati. Di questi 14 sono stati già catalogati a nostra spese (lo ribadisco per chi parla sempre di troppo Stato, di una sinistra che lo sfrutta mentre la destra produce, mentre poi spesso si verifica che chi vive alla greppia del denaro pubblico non è chi si vorrebbe far credere). Se diamo un valore al lavoro volontario, la spesa non è lontana dal milione di franchi. Sovente sono stati gli stessi ricercatori ad ordinare il materiale mentre lo andavano consultando. Abbiamo depositato i documenti presso l'Archivio di Stato a partire dal 1987 e malgrado il mio caratteraccio siamo sempre riusciti a collaborare con profitto. I rapporti con i ricercatori li curiamo noi ma è il personale dell'Archivio a fornire l'assistenza pratica, il tutto con l'obiettivo comune della massima accessibilità possibile.
Nel corso del tempo si è accumulato del materiale in attesa di catalogazione. Per fortuna abbiamo incontrato persone che ci hanno aiutato a trovare i locali necessari per il deposito contenendo al massimo la spesa. Ringrazio in particolare Andrea Giovannini, che ci ospitò nel suo atelier di Piazzale Mesolcina per 10 anni; con lui ringrazio anche la famiglia Giambonini, Alberto in particolare, e Silvia Ambrosetti che facilitarono l'insediamento. Grazie anche alla famiglia Jäggli, che ci ospita da sei anni in Salita al Sasso. Siamo transitati anche dalla Scuola cantonale di commercio negli anni in cui abbiamo gestito un piano occupazionale col quale potemmo valerci della collaborazione di Paola Conconi, Ugo Bernasconi e Serena Giudicetti. La Scuola media di Giubiasco e il suo direttore Gianni Togni hanno pure fornito ospitalità a Francesca Mariani e alle carte di Francesco Borella.

I fondi

Disponiamo dunque di fondi che hanno origini molto diversificate e consistenze molto diverse, dalla singola scatola alle oltre 500. Possiamo distinguere alcune categorie:

a) fondi di organizzazioni

  • partiti
  • cartelli, federazioni o sezioni sindacali
  • movimenti

b) fondi di strutture

  • giornali
  • case del popolo
  • cooperative
  • enti sociali o culturali (colonie, ecc.)

c) fondi personali

Apriamo la consultazione dei documenti anche a carte molto recenti, usate per esempio dai ricercatori che studiano la lingua e la capacità di scrivere dei ceti popolari.
I fondi sono ricchi di materiale di stiria sociale (vita quotidiana, dati sui prezzi e sui salari, sulle condizioni di lavoro, sulla salute, ecc.).
Sin dall'inizio ci siamo preoccupati della selezione del materiale, tenendo conto che lo Stato ci metteva a disposizione dello spazio prezioso e caro, quindi non andava sprecato. Per cercare di farvi capire le conseguenze di questa scelta vi presento un caso concreto, quello della sezione del Sindacato Edilizia e Industria di Biasca.
Un noto architetto ticinese era stato autore di una frase che avevo affisso nei locali che usavamo per il piano occupazionale: "Ogni creazione è una distruzione; distruggi con senno." Nel 1995 avevo portato a termine l'inventario del fondo SEI di Biasca: constava di 383 scatole, 41 classificatori, 13 buste, 6 album e 9 rapporti stampati. Nel giugno del 1997 depositavo all'Archivio di Stato 31 scatole con il relativo catalogo. Meno del dieci per cento del materiale originario era stato conservato. Accanto a questo c'era un data-base con le 8024 fiches dei membri iscritti durante lo scavo del tunnel autostradale del San Gottardo. Nelle considerazioni finali scrivevo pure che una sezione come quella non avrebbe dovuto produrre più di una scatola di materiale all'anno di materiali da conservare nell'archivio storico (quello amministrativo ne riceve oltre 20 all'anno). Ero senz'altro ottimista; oggi direi meno di un quarto di scatola.

Problemi

Stiamo cercando di migliorare l'informazione e, come si dice, la nostra "visibilità". Per questo elaboriamo delle schede informative che saranno inserite nel nostro sito, nel quale proponiamo anche regolarmente delle illustrazioni tratte dagli archivi.
Stiamo valutando dei progetti di Record Management volti ad organizzare il trattamento dei documenti già alla fonte ed evitare accumuli di dati che poi vanno eliminati dopo decenni con costi in spazio e lavoro. Siamo diventati il punto di riferimento per il Ticino di UNIA, la principale organizzazione sindacale dell'Unione Sindacale Svizzera.
Resta un punto di domanda su di un aspetto dei nostri fondi: quello dei libri e delle brochures. La FPC ha un fondo librario importante che non ha mai trovato una destinazione, così come succede quasi ovunque in Svizzera anche con documentazioni preziose di grandi dirigenti del movimento operaio. Orbene, dal momento che inaugurai il mio periodo di segretariato chiedendo a Dante Ronchetti (cui va il mio deferente ricordo per gli aiuti e la disponibilità che ci ha offerto molte volte) un milione di franchi, milione che non mi diede, chiedo ora a voi: non è che qualcuno ha una casa di cui non sa che fare e ce la regalerebbe per la biblioteca? Non si sa mai. I miracoli avvengono anche a sinistra, a volte. Quello che abbiamo realizzato in 41 anni di vita, partendo da un capitale di 38000 franchi non lo è forse un pochino?

 


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