Il Padreterno socialista: Guglielmo Canevascini a cinquant’anni dalla morte (luglio 2015)

Titolo: Guglielmo Canevascini in montagna
Autore: Non identificato
Data: 1935 circa
Luogo: Non identificato
Fondo di provenienza: Guglielmo Canevascini
Segnatura: 03624
Riproduzione: Vietata, salvo autorizzazione della FPC

Il 20 luglio del 1965 moriva Guglielmo Canevascini, tra i più conosciuti personaggi pubblici ticinesi del Novecento. “Sincero fino allo scrupolo, dico in pubblico quello che io come tutti potrei dire in privato. Perciò mi si dice che non diventerò mai un uomo politico. E la cosa non mi dispiace.” [1] Così scriveva nel 1913 il giovane Guglielmo, che quell’anno aveva fondato il giornale Libera Stampa per distanziarsi dall’impostazione del Partito socialista ticinese, al quale aveva aderito nel 1904. La creazione del giornale portò a una spaccatura tra i socialisti, durata alcuni anni. Nel 1917, gli animi si calmarono, il partito si riunificò e Canevascini, che già aveva ampiamente smentito la dichiarazione polemica fatta del 1913, ne divenne per lungo tempo il capo, meritandosi l’appellativo di “Padreterno”. Già presente in Gran Consiglio, nel 1922, grazie all’alleanza con il conservatore Giuseppe Cattori, divenne il primo e più longevo socialista in Consiglio di Stato. Canevascini, infatti, rimase nell’esecutivo cantonale dal 1922 al 1959. Decise poi, caso assai singolare, di terminare la sua carriera politica quale deputato al Gran Consiglio (1959-1963).

Guglielmo Canevascini aveva intrapreso la sua carriera nell’ambito sindacale. Autodidatta, come molti conterranei – era nato nel 1886 a Tenero-Contra – era partito per una breve emigrazione nelle regioni francofone. Rientrato in Ticino, era diventato segretario della giovane Camera del lavoro (1907-1922). I quindici anni passati alla CdL furono importanti per definire in seguito le sue pratiche politiche. Influenti furono anche gli stretti legami con i rifugiati italiani nel Ticino, prima, e con il socialismo italiano poi, che lo portarono a sviluppare una particolare e precoce sensibilità antifascista. Come membro dell’esecutivo cantonale usò difatti tutto il suo potere, con mezzi legali e illegali, per contrastare il fascismo e aiutare fuorusciti e rifugiati già dagli anni Venti.

Durante il Governo di Paese, alleanza tra socialisti e conservatori che durò dal 1923 al 1935, fu capo del Dipartimento d’igiene e del Dipartimento delle pubbliche costruzioni, nel momento in cui si stavano sviluppando grandi lavori stradali del Cantone. In questo periodo denso di tensioni politiche internazionali, fu tra i tenaci propugnatori della Radio svizzera di lingua italiana, allora Radio Monte Ceneri (1932), che aveva inaugurato esordendo con “da quest’angolo di terra italiano e libero” in aperta polemica con il fascismo.

Dal 1935, con l’Alleanza borghese perse molto potere, pur rimanendo una figura di riferimento durante la guerra, proprio per il suo impegno contro il fascismo. Recuperò però nel dopoguerra, grazie all’Intesa di sinistra, alleanza liberal-socialista di cui fu uno dei fautori, assumendo la direzione del Dipartimento del lavoro, dell’industria e del commercio, carica che gli permise di occuparsi della creazione di diverse leggi sociali, fra cui va almeno ricordata la legge cantonale sul lavoro (1953). In seguito, a capo del nuovo Dipartimento delle opere sociali, s’impegnò nell’elaborazione delle politiche di welfare.

Uomo di potere, autorevole e talvolta autoritario, Guglielmo Canevascini è stato senz’altro tra gli uomini politici ticinesi più influenti del Novecento. Di lui, la Fondazione Pellegrini Canevascini possiede l’importante fondo personale, composto di materiali cartacei, fotografici e sonori.

Bibliografia

[1] Guglielmo Canevascini, La crisi socialista nel Canton Ticino, 1913, p. 79.

Foto di gruppo con cavallo

Titolo: Convegno del Ceneri
Autore: Brunel
Data: 28 giugno 1928
Luogo: Monte Ceneri
Fondo di provenienza: Libera Stampa
Segnatura: 06103
Riproduzione: Vietata, salvo autorizzazione della FPC

Il Monte Ceneri, una modesta altura che collega, unisce (o divide) il sud e il nord del Cantone Ticino, è da lungo tempo luogo simbolico per il partito socialista. La tradizione vuole che lì sia stato fondato il partito socialista ticinese il 5 agosto 1900, anche se in realtà la fondazione avvenne il 29 ottobre 1899 presso il ristorante Camoghè (altro nome di un monte) a Giubiasco.

Il primo convegno del Ceneri si svolse nel 1925 e dal 1928 è diventato un appuntamento annuale estivo dei socialisti ticinesi, con un’interruzione durante gli anni della Seconda guerra mondiale. Un ritrovo al tempo stesso militante, ricreativo e commemorativo, a colpi di discorsi politici, libagioni, divertimenti musicali teatrali o sportivi, con accento messo sull’uno o l’altro aspetto, a seconda delle circostanze e dei tempi. Si sono commemorati anniversari importanti, sono stati accolti ospiti illustri, ci si è mobilitati per le grandi cause e i valori del socialismo, sono state celebrate le conquiste sociali e le vittorie politiche.

Specialmente negli anni Venti e Trenta, quando le occasioni di svago popolare erano ancora relativamente ridotte, il ritrovo del Ceneri aveva il carattere di sagra laica del popolo socialista con programma completo: comizio, inni e bandiere, pranzo in comune, musica, canti e balli, concorsi sportivi e spirito di fratellanza.

Nella collezione fotografica della FPC, le fotografie che vi si riferiscono sono numerose e anche un po’ ripetitive, come l’evento stesso; dalle istantanee che colgono l’attimo, alle foto ricordo di gruppo o di massa, come quella che proponiamo. Guardando attentamente si può vedere, in alto a sinistra, anche un cavallo con la sua montura.

Nel 2015, l’appuntamento socialista si è tenuto ai piedi del Monte Ceneri, a Rivera, nella forma di un congresso elettorale. Soltanto la parte ricreativa, con risotto conviviale, si è svolta presso il grotto sul Ceneri.

La Casa nera di Lugano (maggio 2015)

Segnatura: 01720
Titolo:
Due Fascisti alla Casa Nera
Autore:
Non identificato
Data:
1935 circa
Luogo:
Lugano
Fondo di provenienza:
Libera Stampa
Riproduzione:
Vietata, salvo autorizzazione della FPC

L’attività sovversiva dei gruppi antifascisti nel Ticino degli anni Trenta è nota grazie anche alle ricerche storiche che hanno potuto avvalersi delle testimonianze di alcuni protagonisti della centrale antifascista di Lugano e delle fonti documentarie che questa “illegalità al servizio della democrazia” 1 produsse. Punto di riferimento dell’antifascismo ticinese fu, ininterrottamente dagli anni Venti agli anni Quaranta, il gruppo di Libera Stampa. Esso fu certamente importante strumento di mobilitazione e propaganda antifascista, nonché luogo di rifugio per molti esuli e attivisti come Angelo Tonello e Randolfo Pacciardi. Primo quotidiano antifascista di lingua italiana pubblicato in Europa, messo al bando dal regime di Mussolini già dal 1923, motivo di grave imbarazzo per il Consiglio Federale a causa dei suoi articoli e per la difesa pubblica del volo di Giovanni Bassanesi. Libera Stampa riuscì a essere estremamente efficace proprio perché fu luogo di convergenza tra la militanza antifascista dei socialisti di Guglielmo Canevascini e l’attivismo degli esuli e dei fuoriusciti italiani.

Fu proprio un redattore di Libera Stampa, Vinicio Salati, a far parte del gruppo clandestino di controspionaggio, organizzato dal consigliere di Stato Canevascini, assieme a Gigi Gasparini, con un certo Bernasconi (in qualità “portinaio infiltrato”). Una sua lunga intervista, rilasciata a Mauro Cerutti nel 1979, descrive l’organizzazione e i particolari dell’operazione2. L’azione di cui si rese protagonista questo gruppo, presumibilmente nel 1930, è all’origine della provenienza di gran parte dei documenti sul covo fascista di Lugano (la “casa nera”) presenti nel fondo FPC02 “Libera Stampa e Diritti del lavoro”, tra cui le fotografie 04101-04168.

Secondo il racconto di Salati, il gruppo, armato di pistole e macchina fotografica Leika, fece irruzione nella sede dei fascisti grazie al portinaio infiltrato, fotografando e sottraendo gran parte dei documenti. Inoltre, grazie alla complicità di un postino, il gruppo poté disporre di un calco della chiave della cassetta postale della casa nera e intercettare direttamente la posta dall’Italia e dalla Svizzera (Salati cita addirittura documenti appartenenti ad Arthur Fonjallaz). Libera Stampa arrivò a pubblicare le informazioni raccolte durante queste operazioni di spionaggio ancor prima che gli stessi fascisti potessero replicare o semplicemente rendersi conto. Fu il caso delle “liste nere”, l’elenco dei nominativi di falsi fuoriusciti italiani in Ticino al servizio del Duce. O, ancora, la notizia relativa al rientro in Italia di Assunto Zamboni e il suo sciagurato passaggio tra le fila del Regime.

Di fatto, Libera Stampa e gli antifascisti smascherarono gran parte delle operazioni segrete condotte dalla polizia fascista in Ticino, indirizzando le loro attenzioni proprio verso la casa nera di Lugano.

Questa fotografia, che ritrae due fascisti ignoti e reca le date 1934-1935, non sembrerebbe attribuibile all’audace operazione descritta da Vinicio Salati, tuttavia la sua appartenenza al fondo FPC02 Libera Stampa, dimostra come il covo fascista fosse costantemente tenuto sotto controllo, proprio da chi quel controllo avrebbe dovuto subirlo.

1 Si veda N. Valsangiacomo, “Storia di un leader”. Vita di Guglielmo Canevascini 1886-1965, Bellinzona, FPC 2002.

2 L’intervista originale fa parte della Collezione FPC dei fondi sonori presso la Fonoteca Nazionale di Lugano: “Intervista a Vinicio Salati: antifascismo nel Canton Ticino, fuoriusciti italiani perseguitati dal fascismo; Intervista a Luigi Delfini: Antifascismo nel Canton Ticino, Fuoriusciti italiani perseguitati dal fascismo”, MC47112. La stessa intervista è citata, tra l’altro, anche nel volume di P. Palma, Una bomba per il Duce. La centrale antifascista di Pacciardi a Lugano (1927-1933). Per uno studio approfondito sui rapporti tra la Svizzera e l’Italia fascista, con particolare riferimento ai movimenti antifascisti nella Svizzera italiana, si veda M. Cerutti, Fra Roma e Berna, la Svizzera Italiana nel Ventennio fascista, Milano, Franco Angeli 1986.

 

Società federale di Ginnastica di Bellinzona (aprile 2015)

Titolo: Inaugurazione della bandiera della Società federale di Ginnastica di Bellinzona
Autore: Non identificato
Data: 15 agosto 1863 (?)
Luogo: Bellinzona
Fondo di provenienza: Società federale di Ginnastica di Bellinzona
Riproduzione: Vietata, salvo autorizzazione della FPC

 

Il 6 giugno 2015 la Società Federale di Ginnastica di Bellinzona ha organizzato una giornata di presentazione dei lavori di rinnovo del palazzo che ospita la loro palestra. È dalla nascita della società nel 1861 che la sua storia si intreccia con quella di un luogo adatto a praticare i vari sport al coperto; agli inizi persino il lancio della pietra (il pavimento del locale era fortunatamente in terra battuta). Nei primi anni ci si esercita nella piazza di ginnastica del Ginnasio d’estate per poi cercare un locale per l’inverno (10 fr al mese il primo anno). Nel 1862 lo spazio viene reperito presso il signor Antognini in Sottocorte e affittato per l’intero anno. È nel 1866 che si compie un ulteriore passo, chiedendo al Municipio e al Patriziato una porzione di terreno al Giardino Pubblico, ora Piazza Simen) per edificarvi una palestra, pronta nel giugno 1868, alla vigilia della festa federale di ginnastica, con un costo di 5345 fr. La costruzione sarà poi venduta nel 1901, periodo di crisi profonda della società. Nel 1922, invece, sorge l’edificio attuale, più volte rinnovato nel tempo fino ai recentissimi lavori.

La foto che abbiamo scelto fra quelle del ricco fondo della società, trattato dalla FPC, reca la data del 1862; tuttavia due indizi ci portano a credere che sia dell’anno seguente. Un terzo circa dei personaggi immortalati aderisce alla Società solo nella prima metà di quell’anno, mentre la bandiera che figura sullo sfondo, appare in pubblico per la prima volta durante la festa del 15 agosto 1863, cui forse si riferisce la fotografia anche perché i bicchieri ed i boccalini in mano a molti fanno pensare ad un’occasione speciale, da brindisi appunto.

I nomi riportati sotto la fotografia si possono completare solo in parte: 1. Giovanetti Od.; 2. Cippà Antonio di Antonio; 3. Bolzani Francesco (cassiere 1867-70); 4. Mariotti Damiano; 5. Bernasconi Antonio; 6. Saccaggi Pietro; 7. Villa Eugenio; 8. Chicherio Carlo (pres. 1865-67); 9. Ulrich Pietro; 10. Chicherio Luigi; 11. Tresch Melchior; 12. Minoletti Antonio; 13. Ponzoni Stefano; 14. Molo Giulio; 15. Invernizzi Giuseppe; 16. Colombi C.; 17. Chicherio Basilio; 18. Alfieri Achille; 19. Boffa Attilio; 20. Moreschi Domenico; 21. Gajetta Luigi, (cassiere); 22. Jauch N.; 23. Franscini Emilio (pres. 1861-63); 24. Bruni Guglielmo (pres. 1863-65); 25. Cusa Agostino (vice-pres. 1864-66); 26. Minoletti Giuseppe; 27. Segher; 28. Campari Pietro; 29. Tatti Tullio; 30. Bacilieri Paolo; 31. Pellandini P.; 32. Mariotti Carlo; 33. Delcò Carlo; 34. Nadi Girandolo.

A parte Giovanetti e Colombi che, con quelle iniziali dei nomi, non risultano nei verbali, gli altri sono tutti soci prima dell’agosto 1863, mentre la data limite per la foto è la morte di Girandolo Nadi (“rimasto vittima da una ferita d’un ferro che barbaramente gli veniva vibrato da una mano estranea”) a fine marzo del 1866.

Ritratti di granito (marzo 2015)

Titolo: “Cava granito J. Maurino Pollegio”
Autore: Non identificato
Data: 29 agosto 1899
Luogo: Pollegio
Fondo di provenienza: Sindacato edilizia e industria di Biasca
Segnatura: 02957

 

Il settore delle cave di granito, uno dei rami industriali più importanti del Ticino a cavallo del 1900, è strettamente legato alla ferrovia del Gottardo. L’industria stessa nasce grazie al fabbisogno in pietra per la costruzione delle linee ferroviarie e dei trafori del Gottardo e del Ceneri. Prospera in seguito perché la ferrovia ne consente il trasporto e lo smercio verso il resto della Svizzera: le principali cave sono altresì localizzate lungo l’asse ferroviario o nelle sue immeditate vicinanze, nelle valli Riviera e Leventina. Infine, il settore conosce una grave crisi all’inizio del Novecento anche in seguito alle tariffe di montagna applicate dalle ferrovie, che rincarano il prodotto esportato.

Il settore del granito è inoltre importante socialmente per l’organizzazione e le lotte sindacali del tempo. Quasi tutti italiani, gli scalpellini si organizzano assai presto per difendere i loro diritti e far valere le loro rivendicazioni. Una su tutte: la lotta contro le retribuzioni a cottimo che consentivano ai padroni di fissare retroattivamente le tariffe per il calcolo del salario. Come i lavoratori, anche i primi sindacalisti sono in gran parte italiani, nonché molti titolari delle cave, che ricevevano la concessione per l’estrazione della pietra dai proprietari dei terreni, spesso i Comuni patriziali. La storia di questa industria è ben documentata grazie al libro pionieristico di Giulio Barni e Guglielmo Canevascini L’industria del granito e lo sviluppo economico del Canton Ticino, uscito nel 1913 e rieditato nel 2009.

La foto qui riprodotta, inneggia all’organizzazione operaia nella scritta sullo striscione (scritta manifestamente aggiunta a penna sull’immagine a stampa che è una riproduzione della fotografia originale del 1899). I lavoratori si sono messi in posa nella cava, esibendo i loro strumenti di lavoro. L’immagine ha però anche un carattere familiare, per la presenza della donna e dei bambini; è possibile che si tratti della famiglia dell’industriale stesso (Giuseppe Maurino?), forse l’uomo con cappello e cravatta in primo piano, il terzo da sinistra. Salta agli occhi anche il contrasto nell’abbigliamento tra i tre bambini in piedi sul carretto e i due più in alto, in mezzo agli operai.

Prossima fermata: gli archivi (febbraio 2015)

Segnatura: 02669_02
Titolo:
Inaugurazione della linea elettrica Bellinzona-Locarno
Autore:
Kurt Zimmermann
Data:
15 maggio 1936
Luogo:
Non identificato
Fondo di provenienza:
Guglielmo Canevascini
Riproduzione:
Vietata, salvo autorizzazione della FPC

La seconda produzione del Teatro Sociale di Bellinzona, presentata a metà gennaio 2015, s’intitola “Prossima fermata Bellinzona”. Lo spettacolo è ambientato in un immaginario Magazzino della Memoria Ferroviaria e racconta storie di ferrovieri e di ferrovia; di passato, presente e futuro; di storia e di memoria; di lavoro, di operai, di scioperi, di lotte, di Bellinzona… e tante altre cose. I dialoghi sono a volte un po’ pretestuosi e ridondanti e la storia d’amore tra la giovane nipote del ferroviere e l’aiuto-archivista è forse di troppo, ma lo spettacolo ha sicuramente dei pregi. Uno di questi è il tentativo di valorizzare degli archivi e dei documenti d’archivio.

Gli autori hanno consultato e si sono lasciati ispirare dagli archivi della RSI, delle FFS e della Fonoteca nazionale.

Anche tra i nostri fondi ce ne sono alcuni che riguardano da vicino il tema della ferrovia:

  • Fondo 33: Sindacato degli operai dell’Officina FFS (WAV), 1899-2001, 1,6 m/l (non ancora trattato)
  • Fondo 68: Sindacato svizzero dei ferrovieri, 1921-1983, 1,2 m/l (non ancora trattato)
  • Fondo 61: Sciopero 2008 Officine FFS di Bellinzona, 2008-2011, 2,8 m/l
  • Fondo 96: Treno dei sogni / sciopero OFFS Bellinzona 2008 (non ancora trattato)
  • Fondo 38: Officine FFS di Biasca, 1944-1989
  • Fondo 63: Officina FFS Cargo Bellinzona, 1882-2005, 0,8 m/l (non ancora trattato)

Il materiale contenuto è vario e estremamente ricco. Purtroppo solo due di questi fondi (Sciopero del 2008 e Officine FFS di Biasca) sono stati trattati e sono facilmente consultabili presso l’Archivio cantonale di Bellinzona. Per mancanza di tempo e di finanziamenti gli altri 4 non sono ancora stati classificati, né descritti e quindi una loro consultazione è più complessa e richiederebbe più tempo.

Tra le fotografie della Collezione fotografica che concernono il progetto di descrizione e valorizzazione, sono poche quelle che hanno per soggetto la ferrovia. Abbiamo scelto questa, che ritrae le autorità partecipanti all’inaugurazione ufficiale dell’elettrificazione della linea Bellinzona-Locarno (tra cui Guglielmo Canevascini, al centro, con pantaloni chiari), il 15 maggio 1936.

La FPC gestisce però anche l’archivio fotografico del periodico “Il Ferroviere”, organo del Sindacato del personale dei trasporti (SEV). Questo archivio fotografico è composto da circa un migliaio di fotografie (positivi), che coprono all’incirca il periodo 1960-2003. Come per i fondi d’archivio sopra citati, la speranza degli archivisti della FPC è quella di poter mettere questo archivio fotografico a disposizione dei ricercatori e del pubblico… il più presto possibile. Ma si sa: ogni storia ha i suoi tempi.

Festeggiamenti per un’altra storia (gennaio 2015)

Segnatura: 01897
Titolo:
Banchetto in terrazza
Autore:
Non identificato
Data:
6 ottobre 1936
Luogo:
Castagnola
Fondo di provenienza:
Guglielmo Canevascini
Riproduzione:
Vietata, salvo autorizzazione della FPC

 

Il 2015 è arrivato e sono 50!

Quest’anno la Fondazione Pellegrini Canevascini festeggia 50 anni d’esistenza.

La storia della FPC inizia nel 1959, con l’improvvisa morte di Piero Pellegrini, quando Libera Stampa apre una sottoscrizione per ricordare il defunto, e alcune persone propongono di ricordare lo scomparso finanziando borse di studio da destinare a giovani studenti di discipline politiche, sociali o economiche.

Dalle sue origini sino ad oggi la Fondazione ha cambiato nome – da “Piero Pellegrini” a “Piero e Marco Pellegrini e Guglielmo Canevascini” – e la sua attività ha seguito ritmi e orientazioni diverse: dall’assegnazione di borse di studio in campo politico, sociale ed economico si è passati ai concorsi di ricerca sul movimento operaio e sindacale nella Svizzera italiana e alla pubblicazione di quaderni monografici, per poi occuparsi del recupero di fondi archivistici, della ricerca storia legata al movimento operaio e della diffusione della cultura della e nella classe operaia. (Per maggiori informazioni sulla storia della FPC si veda il constributo di Pasquale Genasci e Gabriele Rossi,  Dalla formazione alla Fondazione: i 50 anni della FPC, pubblicato nel volume Altre culture).

In cinquant’anni di attività la FPC ha raccolto 108 fondi archivistici, pubblicato 25 opere e promosso ed organizzato numerose conferenze, esposizioni e momenti di formazione.

Con la sua attività archivistica, le ricerche e le pubblicazioni di storia sociale e del lavoro, la FPC ha contribuito a costruire la storiografia del movimento operaio e socialista nella Svizzera italiana, quasi inesistente fino a mezzo secolo fa.

Per ricordarvi che nel 2015 la FPC festeggia i 50 anni d’attività abbiamo scelto questa veduta dei commensali (tra cui Guglielmo Canevascini, con occhiali scuri, al secondo posto, da destra)  seduti attorno ad un tavolo apparecchiato e decorato a festa, su una terrazza in riva al lago. L’iscrizione apposta sul retro della fotografia indica che è stata scattata a Castagnola, il 6 ottobre 1934. Sfogliando il periodico Libera Stampa abbiamo scoperto che proprio quel giorno si celebrava il matrimonio di Tullio Bordoni di Gandria, con Elena Taddei di Castagnola. Il banchetto ritratto nella fotografia potrebbe dunque essere quello nuziale.

Il momento centrale dei festeggiamenti dei 50 anni di attività della FPC non sarà un banchetto, ma la pubblicazione di un volume e l’organizzazione di un’esposizione fotografica nel Castello di Sasso Corbaro a Bellinzona, che si terrà da inizio settembre a fine ottobre.

Approfittiamo dell’occasione per augurarvi buon anno e per ricordarvi che il vostro sostegno è fondamentale per il proseguimento dell’attività.

Grazie!

Un giovane montenegrino (dicembre 2014)

Segnatura: 07067
Titolo:
Giovane montenegrino
Autore:
Elio Canevascini (molto probabilmente)
Data:
Inverno 1944-45
Luogo:
Montenegro, località ignota
Fondo di provenienza:
Elio Canevascini
Riproduzione:
Vietata, salvo autorizzazione della FPC

Nella sua collezione fotografica, la FPC conserva 127 fotografie legate all’attività della Centrale sanitaria svizzera in Jugoslavia. La CSS è un’associazione di medici di sinistra nata a Zurigo nel 1937 al fine di fornire aiuto medico alle forze repubblicane spagnole. Il secondo impegno rilevante dell’associazione inizia nel 1944 con l’intervento al fianco dei partigiani di Tito in guerra contro il nazifascismo: un’iniziativa che costituisce anche una risposta politica alla partecipazione attiva di vari medici svizzeri all’invasione tedesca dell’URSS.
Uno dei quattro chirurghi della spedizione in Montenegro è Elio Canevascini (1913-2009), che ci ha lasciato questo fondo fotografico. I medici della prima missione rimangono sul posto per qualche tempo dopo la fine della guerra, quando possono dedicarsi, dopo mesi di drammatiche operazioni d’emergenza, a una più gratificante chirurgia di ricostruzione. Una parte delle fotografie, tra le più belle, ci mostra medici e infermieri insieme a pazienti con fasciature e stampelle. Altre immagini mostrano l’équipe medica con la scorta armata, altre ancora formazioni partigiane in movimento e situazioni chiaramente legate al conflitto. Ci sono poi alcuni paesaggi e alcuni scatti che potremmo quasi definire “etnografici”, portati su momenti di vita quotidiana o sull’aspetto degli abitanti. A questi appartiene l’immagine del giovane montenegrino, che documenta la misera condizione della popolazione locale.
Ma questo ragazzo triste può richiamare anche una precisa vicenda ricordata più volte da Elio Canevascini in lucide interviste (e da lui spesso rivissuta nella forma più incontrollata e drammatica dell’incubo). Un giovanissimo partigiano, sotto tortura, aveva passato informazioni a un ufficiale tedesco. Saputolo, i suoi compagni gli hanno fatto scavare la fossa e l’hanno giustiziato di fronte alla madre implorante. Canevascini aveva cercato di sottrarsi all’impietosa ragione della guerra, difendendo la vita di quel giovane o ancora tentando di curare, in un conflitto che non faceva prigionieri, anche i feriti gravi del campo avverso (attirandosi così le critiche, e perfino le minacce, di chi combatteva dalla parte “giusta”).
Probabilmente questo ragazzo montenegrino dagli abiti sbrindellati non ha a che vedere con quella vicenda, ma la fotografia, associata a quel ricordo, può comunque valere come monito di fronte all’implacabile logica violenta di ogni guerra.

Sulle missioni della CSS in Jugoslavia si veda il bel documentario di Daniel Künzi, Missions chez Tito. Les missions de la Centrale sanitaire suisse en Yougoslavie 1944-1948 (Société productions maison, 2006). Elio Canevascini vi ha una parte rilevante. Della missione in Montenegro parla anche nell’intervista di Massimo De Lorenzi pubblicata su «Area» il 18 dicembre 2009.

Tra i fondi d’archivio gestiti dalla FPC segnaliamo i seguenti, legati ad Elio Canevascini:

Con il berretto rosso all’assalto delle cime (novembre 2014)

Segnatura: 01488
Titolo: Escursionisti Rossi di Bodio
Autore: non identificato
Data: 1919-1920 (?)
Luogo: Alpe Moncucco (Chironico)
Fondo: dono di Domenico Visani

Nel Ticino l’alpinismo e l’escursionismo d’impronta socialista sembrano essere nati subito dopo la fine della Prima guerra mondiale. Il motivo plausibile potrebbe essere l’atteggiamento assunto in seguito allo sciopero nazionale del novembre 1918 dal Club Alpino Svizzero (CAS), organizzazione di matrice borghese che si era democratizzata all’inizio del Novecento accogliendo, per esempio, numerosi impiegati di ferrovia. Per molti dirigenti del CAS lo sciopero generale era un disegno eversivo di stampo bolscevico: il sodalizio partecipò quindi alla creazione di guardie civiche, volontari armati a disposizione delle autorità per reprimere le mene sovversive dei socialisti. Un certo numero di ferrovieri, che in Ticino avevano preso parte allo sciopero, lasciarono allora il CAS per fondare gruppi alpinistici di orientamento socialista. Nell’aprile del 1919 venne fondata a Bellinzona l’Unione Ticinese Operai Escursionisti; contemporaneamente, la Camera del Lavoro promosse a Lugano la nascita degli Escursionisti Rossi, con un nutrito programma di gite in montagna. Gruppi analoghi sorsero nel Mendrisiotto, nel Gambarogno, e a Bodio. Il gruppo di Bodio è probabilmente nato sotto l’impulso di Domenico Visani, allora impegnato come sindacalista nella Bassa Leventina, e appassionato alpinista.

Sulla fotografia Visani è il terzo da sinistra in piedi. Gli escursionisti indossano verosimilmente tutti il berretto rosso, simbolo degli Escursionisti Rossi, obbligatorio durante le uscite. Posare per la foto di gruppo era spesso parte integrante delle gite, come si evince dagli annunci apparsi su «Libera Stampa». Non abbiamo però trovato sul giornale socialista notizie specifiche relative a questa escursione in Val Chironico (Leventina).

Fotografia sinestetica (ottobre 2014)

Titolo: Delegazione all’Ufficio di conciliazione per lo sciopero Riecken-Walder
Autore: Non identificato
Data: 1929
Luogo: Non identificato
Fondo di provenienza: Gabriele Rossi
Segnatura: 01367
Riproduzione: Vietata, salvo autorizzazione della FPC

La fotografia che presentiamo qui ritrae i membri della delegazione all’Ufficio di conciliazione per lo sciopero degli operai della fabbrica di torcitura del cotone Riecken-Walder di Biasca, svoltosi tra fine settembre ed inizio ottobre 1929. La fotografia proviene dal fondo di Gabriele Rossi, ex-docente, storico e archivista della FPC, e fa parte del materiale raccolto nell’ambito di un progetto di ricerca storica sulla fabbrica tessile Riecken-Walder.

Tra il 1985 ed il 1990 Gabriele Rossi, coinvolgendo direttamente gli allievi dell’Istituto SME di Biasca, ha indagato sugli impatti sociali ed economici di quello che fu uno dei primi stabilimenti industriali di Biasca. Oltre alle fotografie, il materiale raccolto comprende le registrazioni di tredici interviste, singole o di gruppo, di cui dodici ex-operaie e un ex-operaio, tutti anziani e pensionati.

(Collezione Fondazione Pellegrini-Canevascini, Archivi della Fonoteca Nazionale Svizzera)

Il frammento audio che presentiamo assieme alla fotografia è parte dell’intervista ad Alina Vanina, Meta Righenzi e Gea Fogliani. Delle tre, solo due hanno prestato servizio in fabbrica e solo una (Alina) ha partecipato allo sciopero del 1929. Nel racconto delle tre donne emerge il duro rapporto con la direzione e il ruolo centrale del segretario della Camera del Lavoro Domenico Visani. A tal proposito appare significativo e curioso il fatto che proprio una delle tre donne (Meta Righenzi) in fabbrica venisse chiamata con il nomignolo “Visani”, per il suo spirito contestatario. Attraverso la mediazione delle testimonianze, Rossi tenta di ricostruire una narrazione delle fondi documentarie in suo possesso, chiedendo in particolare informazioni sulle modalità di recultamento in fabbrica, sulla conflittualità operaia e gli scioperi, sul ruolo dei sindacati e sulle risposte dell’azienda e delle istituzioni municipali, le multe, le sospensioni e le limitazioni di ordine pubblico.

Presso la Fonoteca nazionale svizzera è possibile ascoltare l’intera intervista a un gruppo di ex operaie sul lavoro alla fabbrica Riecken-Walder di Biasca (MC47115), mentre sul sito si può consultare l’inventario dei documenti sonori della collezione della FPC, tra i quali si trovano anche le altre dodici interviste sulla fabbrica di Biasca.