Anni Trenta: combattere la crisi con misure sociali e con il sostegno pubblico all’economia

Fonte: Libera Stampa
Data di pubblicazione: 28 maggio 1935
Autore: sconosciuto

La crisi economica mondiale, iniziata negli Stati Uniti nel 1929, colpisce anche la Svizzera, benché in misura attenuata rispetto ad altri Paesi europei. Il partito socialista critica le misure adottate dal Consiglio federale con combattere la crisi, segnatamente la politica deflazionistica adottata dal 1932 e chiede misure più incisive. In un’alleanza inedita con il movimento dei Giovani contadini, lancia un’iniziativa popolare “per combattere la crisi economica e il disagio” – più nota come iniziativa di crisi –destinata a “garantire condizioni d’esistenza sufficienti per tutti i cittadini svizzeri”. Si chiede in particolare l’adozione di un piano quinquennale, per la creazione di occasioni di lavoro, il controllo dei prezzi e la difesa dei salari, la sorveglianza dei cartelli e dei trust, il sostegno all’industria d’esportazione e al settore turistico, nonché la regolamentazione del mercato dei capitali e sgravi sui tassi d’interesse per consentire ai contadini indebitati di conservare le loro terre. Si chiede inoltre di estendere a tutti i settori l’assicurazione contro la disoccupazione. Per finanziare tali misure, l’iniziativa propone il ricorso al prestito pubblico, tramite l’emissione di obbligazioni.
L’impegno dei socialisti nel sostenere questa iniziativa è pari a quella del campo borghese e degli ambienti economici e finanziari nel combatterla. Si teme una forte limitazione dell’iniziativa privata e la rovina dell’economia, il crollo del franco svizzero e un’eccessiva centralizzazione politica. Gli avversari la qualificano di “iniziativa della bancarotta”. La proposta viene respinta in votazione popolare il 2 giugno 1935 dal 57% dei votanti; i sì prevalgono in cinque Cantoni germanofoni (Berna, Soletta, Sciaffusa, Basilea Città e Campagna); in Ticino viene respinta dal 65,5% dei votanti. Altissima la partecipazione a livello nazionale: 84,35%.
Anche i socialisti ticinesi e il loro giornale Libera Stampa, orchestrano una forte campagna in favore dell’iniziativa. Nell’imminenza del voto, il tema monopolizza quasi le pagine del giornale, con editoriali, appelli a caratteri cubitali e numerose illustrazioni e caricature a sostegno del testo in votazione.

Tra le diverse vignette apparse nelle settimane che precedono il voto abbiamo scelto questa, che rompe con i canoni simbolici e le figure allegoriche dell’iconografia socialista tradizionale. Non mette in scena lavoratori muscolosi e virili dallo sguardo fiero o donne e bambini che tendono la mano per chiedere soccorso; non oppone nemmeno gli sfruttati in brache di tela agli speculatori in doppiopetto. Raffigura invece l’importanza degli scambi internazionali per sottolineare la necessità di sostenere l’industria d’esportazione svizzera. I treni elettrici simboleggiano le principali esportazioni elvetiche: orologi, formaggio, carne, mentre i treni a vapore indicano le materie importate: carbone, automobili, prodotti industriali. La vignetta illustra nel contempo il ruolo della rete ferroviaria negli scambi internazionali della Svizzera e dell’Europa.

Archivio “Fare la storia con le immagini”

Il grande Napoleone e il piccolo Benito

Fonte: Libera Stampa
Data di pubblicazione: 1° maggio 1925
Autore: Scarabeo

 

Il giornale socialista ticinese Libera Stampa ebbe udienza e considerazione internazionale durante il periodo fascista. Dopo la fascistizzazione dei media italiani, rimase in pratica il solo giornale socialista e antifascista pubblicato in lingua italiana. Era quindi letto con interesse anche in Italia, tanto più che contava tra i suoi redattori e collaboratori esponenti antifascisti italiani, spesso celati dietro pseudonimi. Anche diversi fuorusciti rifugiatisi all’estero divennero preziosi informatori e collaboratori del quotidiano socialista ticinese. Le informazioni e i commenti pubblicati su Libera Stampa erano fonti di prima mano su quanto succedeva in Italia sotto la dittatura di Mussolini. E lo stesso regime fascista era attento a quanto riferiva il foglio ticinese.

L’antifascismo del giornale traspare quindi anche dalle vignette pubblicate negli anni Venti e Trenta. Quella che proponiamo accompagnava un articolo dal tono sarcastico, nel quale si ironizzava sul conferimento al Duce di un’importante onorificenza di Casa Savoia: il «Collare del Supremo Ordine della Santissima Annunziata» che elevava l’insignito al rango di «cugino del re». Libera Stampa riprodusse per l’occasione un articolo di Benito Mussolini, apparso sull’Avvenire dei Lavoratori del 30 aprile 1904, nel quale il rivoluzionario Mussolini accusava la monarchia sabauda di ogni turpitudine.

La vignetta ironizza sull’ammirazione che il Duce nutriva per Napoleone Bonaparte. Mussolini immaginava per lui un destino napoleonico ed era persuaso che le sue gesta avrebbero uguagliato o superato la gloria del Corso. Mussolini scrisse tra l’altro, con la collaborazione del drammaturgo Giovacchino Forzano, un dramma teatrale (1930), dal quale fu tratto nel 1935 anche un film, intitolato Campo di maggio, ispirato alle ultime battaglie di Napoleone, il quale nonostante la sconfitta conobbe la gloria.

Il disegno propone il confronto impietoso tra la statura di Napoleone e quella di Mussolini che, pur usando come piedestallo Machiavelli, rimane una specie di nanerottolo sfottuto da Napoleone stesso.

Un processo farsesco, frutto delle baruffe in casa socialista (1913)

Fonte: Libera Stampa
Data di pubblicazione: 1° gennaio 1914
Autore: Renato Ballerini

La storia dei movimenti e dei partiti socialisti è costellata di ferocissime lotte interne tra leader o tra fazioni, spesso per motivi futili o di ordine personale, dietro i quali è difficile scorgere motivazioni politiche valide.
La storia, recente e meno recente, del socialismo ticinese non fa certo eccezione. Il caso vuole che proprio le prime vignette pubblicate dal giornale Libera Stampa, nella sua edizione datata 1° gennaio 1914 si riferiscano proprio a uno di questi episodi, non certo molto gloriosi: la vertenza tra Giulio Barni e il pretore di Lugano Giacomo Alberti, sfociata in un processo dai toni farseschi nel dicembre del 1914. La vicenda si inseriva nello scontro dai toni spesso esasperati in seno al partito socialista ticinese: da un lato il gruppo vicino a Libera Stampa, capeggiato da Canevascini, dall’altro il vecchio gruppo dirigente legato all’Aurora, il cui leader era Mario Ferri.
Nell’ambito di accuse e sospetti, legati anche a un decreto d’espulsione contro Giulio Barni, rifugiato italiano, collaboratore dell’Aurora, passato a Libera Stampa, Barni e Canevascini scrissero, tra l’altro, che il pretore Alberti rendeva giustizia dietro “compensi carnali”. L’accusa, apparsa sul giornale italiano l’Avanti, innescò una vera e propria baruffa senza esclusione di colpi tra le due fazioni socialiste. L’Alberti, per difendere il proprio onore, querelò Barni e Canevascini, nonché altri due socialisti italiani residenti in Ticino: Giuseppe di Falco e Libero Tancredi.
Il processo, preceduto da innumerevoli articoli polemici sulla stampa, si svolse a Lugano il 9 dicembre 1913: gli avvocati difensori sollevarono con successo alcune eccezioni che indussero la corte a dichiararsi incompetente. Infatti, il querelante aveva denunciato gli imputati per articoli diffamatori nei suoi confronti apparsi su un giornale italiano, ma aveva dimenticato di sporgere querela per quelli pubblicati in Ticino; il procuratore pubblico non aveva prodotto nel suo atto d’accusa la prova materiale dei presunti reati a mezzo stampa. Gli imputati furono quindi prosciolti da ogni accusa.
Prima e dopo il processo, Libera Stampa pubblicò paginate intere sull’argomento, compresa la riproduzione quasi integrale dei dibattiti. Fu pure l’occasione, pur con qualche settimana di ritardo, per pubblicare le prime vignette apparse sul foglio socialista, con i ritratti dei protagonisti: imputati, avvocati, querelante, giudici. Libera Stampa si divertì inoltre a ridicolizzare l’avvocato Carlo Censi, patrocinare dal pretore Alberti, per gli strafalcioni pronunciati in aula; il giornale aprì addirittura una sottoscrizione, per offrire all’avvocato luganese una grammatica del noto linguista Basilio Puoti. Queste vignette, come quasi tutte quelle apparse su Libera Stampa in quegli anni, sono di Renato Ballerini.
Gli altri giornali commentarono severamente il processo finito in farsa, che non aveva certamente fatto onore alla giustizia ticinese. Eloquente il titolo del foglio conservatore Popolo e Libertà: Turlupineide.

La festa nazionale svizzera del 1° Agosto (1991)

Fonte: Libera Stampa
Data di pubblicazione: 31 luglio 1991
Autore: Lucas Zbinden

Il Primo Agosto, festa nazionale svizzera, non sembra aver ispirato molto né gli illustratori, né i redattori del giornale socialista ticinese. Poche le vignette in 80 anni di storia del giornale e anche piuttosto banali. Che ciò rispecchi l’atteggiamento generale del foglio socialista verso la festa nazionale? Difficile dirlo. Nei primi articoli che fanno riferimento all’evento – nel corso degli anni Trenta – troviamo qualche affermazione abbastanza scontata per un giornale di sinistra: fintanto che i lavoratori non saranno emancipati non potranno sentire come propria una festa orchestrata e voluta dai loro antagonisti di classe. Si invita tuttavia a riflettere sul significato profondo della saga sulla nascita della Confederazione: la lotta contro la tirannia, la rivolta del popolo contro i potenti.
Nel corso della Seconda guerra mondiale, anche il giornale socialista aderisce alla celebrazione patriottica e invita a difendere la libertà e l’indipendenza della Svizzera. Negli anni Cinquanta e Sessanta, quando il giornale si china sulla festa (il che non è il caso ogni anno) tornano gli accenti critici in chiave di progresso: bisogna pensare al futuro e continuare l’opera degli antenati con ulteriori conquiste sociali e allargare l’orizzonte oltre i confini nazionali. Troviamo anche testi – di solito un editoriale di un dirigente sindacale o di partito a livello nazionale – che invitano a un approccio più critico verso i miti fondatori della Svizzera. Anche qui, niente di originale e, come già detto, poche le vignette e senza grande originalità tematica o espressiva.
Abbiamo scelto questa immagine di taglio moderno, pubblicata in occasione del 1° agosto 1991, quando è stato celebrato il 700° della Confederazione. Il disegno accompagna una pagina di opinioni sull’argomento raccolte tra i giornalisti accreditati a Palazzo federale. Come sottolinea il cappello introduttivo, vi si trova tutto e il contrario di tutto: dall’adesione convinta e talvolta entusiasta alla celebrazione patriottica al rifiuto esplicito di qualsiasi coinvolgimento; predominano tuttavia le visioni equilibrate: festeggiare sì ma anche interrogarsi, assumere le luci e le ombre della nostra storia. Una visione tutto sommato neutrale, perciò, in un certo senso, molto svizzera.
La vignetta, che ricolloca – con bonario intento satirico – la vicenda di Guglielmo Tell nell’era dei videogiochi, è anch’essa piuttosto “neutra”. L’autore, Lucas Zbinden, nato a Berna nel 1942, è un grafico, illustratore e autore di film d’animazione, soprattutto per la televisione della Svizzera tedesca. È poco probabile che il disegno sia stato eseguito esplicitamente per Libera Stampa.

Il socialismo per salvare il mondo dalla distruzione atomica (1958)

Fonte: Libera Stampa
Data di pubblicazione: 30 aprile/1° maggio 1958
Autore: Pietro Salati

Un tema molto ricorrente nel dibattito politico e intellettuale durante gli anni Cinquanta del secolo scorso è stato il rischio di una guerra atomica che avrebbe potuto distruggere il mondo intero. Guerra fredda, corsa agli armamenti, investimenti nella ricerca atomica e missilistica, preoccupano soprattutto gli ambienti di sinistra, in Svizzera come altrove. Buona parte della sinistra promuove il pacifismo e denuncia l’armamento atomico. Nel 1958, tuttavia, quando viene lanciata in Svizzera un’iniziativa contro le armi atomiche, il Partito socialista appare diviso e decide a maggioranza di non appoggiarla, pur non impedendo ai militanti di sostenerla individualmente. Si svolgono anche diverse manifestazioni contro l’armamento atomico, dietro le quali le forze politiche borghesi, ma anche parte della socialdemocrazia, vedono una strumentalizzazione orchestrata dall’URSS.
Si prende tuttavia coscienza dell’ambiguità del progresso scientifico e tecnologico: benessere da un lato, minaccia e rischio di annientamento dall’altro. L’illustrazione di Pietro Salati per il numero del 1° Maggio 1958 di Libera Stampa esprime proprio, con drammatica brutalità, l’ambiguità del progresso e della tecnologia. Come si deduce anche dalla lunga didascalia che accompagna il disegno, soltanto l’affermazione degli ideali socialisti potrà impedire che le conquiste tecnologiche si trasformino in strumento di barbarie: “In un mondo dove l’egoismo e la smisurata ambizione dell’uomo ancora chiedono torture e guerre, dove l’energia atomica ha portato miseria e morte, anche le più mirabolanti scoperte della scienza possono tramutarsi in spaventosi strumenti distruttivi. Solo il socialismo ha forze spirituali e concretezza programmatica per dare all’uomo una equa misura di civiltà, di dignità, di giustizia”. Concetti ribaditi anche dall’editoriale di Piero Pellegrini pubblicato accanto all’immagine: “solo un mondo socialista basato sulla libera cooperazione di tutte le forze produttive e intellettuali, senza guerra, può permettere all’umanità di guardare con serenità e fiducia all’avvenire”.
L’autore di questo disegno, Pietro Salati (1920-1975), nato e cresciuto a Lugano, era stato allievo di Marino Marini all’Istituto Superiore di Arti Grafiche di Monza. Pittore e grafico, Salati è stato fra i promotori del Centro scolastico per le industrie artistiche (CSIA), del quale fu direttore dal 1962 fino al 1975. Membro della giuria del Premio letterario Libera Stampa, Salati è anche autore di numerose pubblicazioni: poesie, resoconti di viaggio, ricerche sul patrimonio artistico e artigianale del Ticino; per i suoi saggi ha ottenuto nel 1961 un Premio Schiller.
Collaboratore di Libera Stampa, ha militato nel PST che ha rappresentato nel legislativo e nell’esecutivo di Viganello, comune nel quale risiedeva. Dopo la scissione del 1969, si era adoperato per cercare di mediare tra le fazioni del movimento socialista ticinese; pare avesse fatto suo il monito di Turati: “bisogna essere socialisti nonostante i socialisti”.

Lo sciopero delle donne in Svizzera

Fonte: Libera Stampa
Data di pubblicazione: 14 giugno 1991
Autore: Adriano Crivelli

L’immagine proposta è quella apparsa in prima pagina sull’edizione di Libera Stampa del 14 giugno 1991, giorno dello sciopero delle donne in Svizzera. Questa data non era stata scelta a caso: il 14 giugno 1981, il popolo svizzero e i Cantoni avevano accettato di ancorare nella Costituzione il principio della parità tra uomo e donna: “Uomo e donna hanno uguali diritti. Le legge ne assicura l’uguaglianza soprattutto per quanto concerne la famiglia, l’istruzione e il lavoro. Uomo e donna hanno diritto a una retribuzione uguale per un lavoro di pari valore” (art. 4, capoverso 2).
Dieci anni dopo, la parità era lungi dall’essere stata raggiunta: persistevano numerose discriminazioni, specialmente per quanto riguardava le retribuzioni e le pari opportunità di carriera; discriminazioni che persistono ancora oggi e che in certi casi si sono persino aggravate con la crisi.
Queste le principali richieste delle donne in occasione dello sciopero: salario uguale per un lavoro di pari valore; condizioni di lavoro rispettose della personalità; possibilità reali di formazione, integrazione e promozione professionale; infrastrutture sociali e prestazioni assicurative che permettano alle donne di conciliare gli impegni familiari e professionali; equa ripartizione dei compiti domestici; il rispetto dell’integrità e della dignità delle donne.
La giornata del 14 giugno ha dato luogo a cortei e iniziative originali e spontanee in tutto il Paese, alle quali si stima abbiano partecipato circa 100’000 donne e ragazze. Dando prova anche di umorismo e inventiva, le donne hanno voluto rilanciare il dibattito sulla parità tra i sessi, uscendo dagli steccati ideologici che avevano contraddistinto nel XX secolo le lotte per l’emancipazione femminile.
L’illustrazione proposta è opera di Adriano Crivelli, già allora caricaturista affermato e dallo stile immediatamente riconoscibile. Il disegno gioca anch’esso sul registro umoristico e inventivo, con l’Elvezia che abbandona provvisoriamente il suo ruolo di icona sulla moneta da due franchi per aggregarsi alla battaglia delle donne reali per la parità.
La parità tra uomo e donna, era pure stato il tema principale della festa dei lavoratori del 1991 in Svizzera. Per l’occasione, il numero speciale di Libera Stampa del 30 aprile, aveva pubblicato in prima pagina un’altra vignetta di Adriano Crivelli. Il disegno, basato sul simbolo della femminilità, ricorda vagamente il gioco dell’oca e illustra la presenza dinamica e senza complessi delle donne in quasi tutte le attività professionali, anche in quelle ritenute tradizionalmente maschili. Il messaggio immediato è che le donne sono in grado di svolgere qualsiasi attività sociale e lavorativa.
La FPC e la Camera del Lavoro hanno pubblicato subito dopo la giornata del 14 giugno 1991 una serie di riflessioni e testimonianze sullo sciopero, in un volumetto di un centinaio di pagine intitolato Se le donne vogliono tutto si ferma.

Le illustrazioni del Primo Maggio

Fonte: Libera Stampa
Data di pubblicazione: 1° maggio 1970
Autore: Lulo Tognola

Sin dai primi anni, Libera Stampa pubblica un numero speciale per il 1° Maggio, festa del lavoro e dei lavoratori. Si tratta di un’edizione con un maggior numero di pagine, ampiamente illustrata, spesso anche a colori, con più annunci pubblicitari e diversi contributi in sintonia con la giornata speciale: la storia del movimento operaio e del Primo Maggio, i valori del socialismo, approfondimenti su argomenti d’attualità e, ovviamente, il calendario delle manifestazioni previste. Da quando il 1° maggio è giorno festivo in Ticino, il numero speciale è di solito quello datato 30 aprile.
Il ricorso a vignette satiriche o a disegni allegorici come pure la riproduzione di silografie o litografie artistiche (molte di Aldo Patocchi), caratterizzano i numeri di Libera Stampa per il 1° maggio fino alla fine degli anni Quaranta. Poi, si preferisce per alcuni anni l’illustrazione fotografica. Disegni allegorici, che accompagnano spesso titoli e slogan sul valore sociale e l’universalità del socialismo, ricominciano a dare il tono della prima pagina del giornale dalla seconda metà degli anni Cinquanta; tra gli autori troviamo Pietro Salati. L’approccio sembra mutare nel corso degli anni Sessanta: vignette e disegni, sempre in prima pagina, riguardano in maggioranza temi concreti d’attualità e meno il richiamo generico a valori e ideali.

L’immagine scelta è quella apparsa sul numero speciale per il 1° maggio 1970, l’anno della votazione sulla prima iniziativa Schwarzenbach, “contro l’inforestierimento”, la cui accettazione avrebbe comportato l’espulsione dalla Svizzera di alcune centinaia di migliaia di lavoratori stranieri, soprattutto italiani. L’iniziativa fu respinta il 7 giugno 1970 dal 54% dei votanti ma ottenne la maggioranza in otto Cantoni. Fu una delle campagne di voto più accese del dopoguerra che suscitò grande interesse anche all’estero, segnatamente in Italia. Come nel 2014 per l’iniziativa dell’Unione democratica di centro sull’immigrazione di massa, l’iniziativa Schwarzenbach vide schierati sullo stesso fronte gli ambienti economici e i partiti e sindacati del movimento operaio. Alla base, tuttavia, l’iniziativa contro la manodopera immigrata divise i lavoratori e le loro organizzazioni.
L’illustrazione del 1970 sull’iniziativa antistranieri è opera di Giulio (Lulo) Tognola, grafico e caricaturista affermato, allora agli esordi. Il disegno sostituisce l’icona diffusissima dell’Elvezia munita di lancia e scudo rossocrociato, con un personaggio maschile dai tratti hitleriani (da notare, oggi, la notevole somiglianza con Donald Trump). Al posto della corona, che orna di solito l’Elvezia, cinque buchi neri. Il gesto della mano è perentorio e i tratti esagerati e “primitivi” del personaggio ne sottolineano il grossolano e prepotente atteggiamento razzista.

Una Svizzera moderna e “donna” contro una legge liberticida nel 1922

Fonte: Libera Stampa
Data di pubblicazione: 22 settembre 1922
Autore: non identificato

Lo sciopero nazionale del novembre 1918 è stato per la Svizzera un evento traumatico, le cui conseguenze in ambito politico e sociale si sono fatte sentire a breve, medio e lungo termine. Tra le ripercussioni a medio termine possiamo annoverare i tentativi per limitare legalmente la libertà di stampa, le manifestazioni pubbliche e il diritto di sciopero, nonché misure repressive dirette contro gli stranieri. Gli ambienti della destra radicale, convinti che bisognasse premunirsi contro propositi eversivi di una sinistra manipolata dall’estero, promossero due iniziative popolari, respinte dal popolo l’11 giugno 1922. Entrambe prendevano di mira gli stranieri: la prima voleva inasprire le condizioni per la naturalizzazione, la seconda (alla quale si riallaccia in qualche modo l’iniziativa dell’UDC respinta il 28 febbraio scorso) intendeva facilitare l’espulsione degli stranieri “che mettono in pericolo la sicurezza del paese”.
Contrario al testo delle due iniziative ma non ai motivi che le avevano ispirate, il Consiglio federale e il Parlamento adottarono una modifica del codice penale federale per quanto concerne i delitti contro l’ordine costituzionale e la sicurezza interna. Scopo della legge – detta “Lex Häberlin” dal nome del consigliere federale responsabile del Dipartimento di giustizia e polizia – era appunto di impedire il ripetersi di eventi come lo sciopero generale del ’18. Per i socialisti, che lanciarono il referendum, la legge era una chiara minaccia contro le libertà costituzionali, in particolare contro il diritto di scioperare e di manifestare.
Al termine di una campagna di voto molto appassionata, la “Lex Häberlin” fu respinta il 24 settembre 1922 dal 55,4% dei votanti. I sì prevalsero nelle regioni dominate dal partito conservatore cattolico e in alcuni bastioni radicali come Vaud e Turgovia; in Ticino, dove anche gran parte dei liberali radicali si erano schierati contro, la legge liberticida fu respinta dal 67% dei votanti.
Nei giorni precedenti il voto, Libera Stampa pubblicò numerosi articoli e appelli a votare no, accompagnati da alcune vignette sull’argomento. Tra queste anche il disegno qui riprodotto, che colpisce per il suo dinamismo e la sua forza espressiva. La Svizzera che rompe le catene della servitù (un tema classico dell’iconografia “progressista”) è qui rappresentata non da una figura femminile idealizzata, bensì da una donna dai tratti moderni e popolari, che rompe letteralmente gli schemi.
Come si può desumere dal raffronto, l’immagine del 1922 presenta una certa somiglianza con un manifesto diffuso dal movimento apartitico Operazione Libero per combattere l’iniziativa dell’UDC “Per l’attuazione dell’espulsione degli stranieri che commettono reati”, respinta dal popolo e dai Cantoni il 28 febbraio 2016. Anche qui troviamo catene spezzate e una giovane donna dai tratti molto espressivi e che utilizza il linguaggio del corpo (in questo caso delle braccia) per far passare il proprio messaggio.

Il (di)segno intransigente di Giuseppe Scalarini (1873-1948)

Fonte: Libera Stampa
Data di pubblicazione: 1° maggio 1923
Autore: Giuseppe Scalarini

La vignetta che qui riproduciamo è apparsa sul numero di Libera Stampa del 1° maggio 1923. La caricatura è destinata a illustrare un tema molto caro al movimento socialista, specialmente nel periodo intorno alla Prima guerra mondiale, con le crisi economiche che si sono manifestate all’inizio degli anni Venti: l’interdipendenza tra gli interessi economici e i poteri forti, in particolare quello militare, che con il pretesto del patriottismo aizzano gli uni contro gli altri i lavoratori dei diversi Paesi realizzando nel contempo esosi benefici nelle diverse attività economiche.
Più particolarmente, il disegno sembra riferirsi alla questione della Ruhr e alle controversie franco-tedesche sulle riparazioni di guerra. Lo si deduce dall’epoca nella quale appare la vignetta, da alcuni dettagli, come le numerose ciminiere fumanti e da un articolo di Domenico Visani che inquadra la caricatura e nel quale si allude esplicitamente ai “conflitti quotidiani tra proletari francesi e tedeschi” nella Ruhr occupata dalla Francia.
L’autore della vignetta è Giuseppe Scalarini, riconoscibile dalla caratteristica firma in forma di rebus. Scalarini, nato a Mantova il 29 gennaio 1873, è considerato uno dei massimi disegnatori politici del Novecento. Ha collaborato a numerose testate ma è stato soprattutto redattore e disegnatore per il giornale socialista Avanti! dal 1911 al 1925. Perseguitato dai fascisti e costretto al confino, sopravvisse lavorando in incognito per diversi giornali, tra l’altro per il Corriere dei Piccoli. È morto a Milano il 30 dicembre 1948.
Questa vignetta (come le altre tre pubblicate sul medesimo numero di LS) non è stata eseguita espressamente per il foglio ticinese: secondo il sito www.scalarini.it, il disegno in questione è apparso sull’Avanti! del 30 gennaio 1923. Libera Stampa non è inclusa nell’elenco delle testate alle quali Scalarini ha collaborato, allestito in margine a una mostra recente curata da Giovanna Ginex presso il Museo del Novecento a Milano (http://www.museodelnovecento.org/presente-menu-bar/450-giuseppe-scalarini-1873-1948-il-segno-intransigente-grafica-politica-satira-e-illustrazione).
Nemmeno un articolo in ricordo del disegnatore, apparso su Libera Stampa del 21 ottobre 1949 e corredato dalla riproduzione di alcune vignette, accenna a una sua collaborazione al foglio socialista ticinese.
Di Giuseppe Scalarini e del suo “segno intransigente”, si legge in margine alla mostra già citata che “traduce in invenzioni grafiche simboliche temi e fatti strettamente legati all’attualità della cronaca politica nazionale e internazionale, in una coerenza visiva ed efficacia di comunicazione esemplari, da cui derivano la diffusa fortuna popolare delle sue vignette e la persistenza del ricordo visivo della sua opera”.

“La santa opera della demolizione” (1914)

Fonte: Libera Stampa
Data di pubblicazione: 13 giugno 1914 e 1° maggio 1918
Autore: erbi (Renato Ballerini)

La vignetta qui proposta è apparsa per la prima volta sull’edizione del 13 giugno 1914, accompagnante un lungo articolo in prima pagina intitolato “Un anno dopo”; il foglio socialista celebrava così il suo primo anno di vita. Il disegno, fortemente allegorico, rappresenta una giovane donna con il seno scoperto (tipica icona della libertà e del progresso sociale nell’iconografia dell’Ottocento) intenta a scalzare il tempio barcollante della vecchia civiltà, dal quale scappano tre personaggi nei quali sono facilmente riconoscibili un capitalista, un ufficiale e un ecclesiastico. Figure che incarnano i tre poteri coalizzati contro l’emancipazione del popolo: i padroni dei mezzi di produzione, le autorità politiche borghesi e gli esponenti della Chiesa. In forma di didascalia, una citazione del politico garibaldino Luigi Castellazzo (1827-1890), esponente dell’estrema sinistra storica d’ispirazione repubblicana e laica.
È la redazione stessa del giornale a chiarire nell’articolo che inquadra il disegno il senso della vignetta: “Fermare la nostra idea fissa nella santa opera della demolizione. Demolizione che vuol dire essenzialmente trasformazione, nel campo sociale, nel campo politico, nel campo religioso. È la ragion d’essere del nostro pensiero: la donna avvenente della vignetta… prosegue la sua opera di abbattimento del tempio traballante dove ancora imperano la ingiustizia economica, il privilegio politico, la menzogna religiosa. Giustizia, libertà, verità devono essere le tre dee del nuovo tempio che dovrà prendere il posto del rovinante edificio che la civiltà e la stampa libera debbono terminare di demolire”. Si tratta quindi di un atteggiamento ideologico detto “massimalista” che propugna una rivoluzione socialista pur conducendo nella pratica una politica riformista e istituzionale.
La vignetta, ripubblicata sul numero del 1° maggio 1918, è opera, come le altre apparse nei primissimi anni su Libera Stampa, di Renato Ballerini (“l’artista che dà alla Libera Stampa i prodotti impagati e impagabili della sua valentissima matita”, si legge sempre sul numero del 13 giugno 1914), pittore e disegnatore ravennate che si era stabilito in Ticino nel 1910. Collaborò al foglio socialista, del quale fu anche amministratore, con articoli e disegni fino al 1920, quando se ne allontanò per divergenze politiche.