Tratto da 'Che tempo faceva? Variazioni del clima e conseguenze sul popolamento umano, fonti metodologiche e prospettive', Franco Angeli, Milano, 2004, pp.13-16

In memoria di Marco Pellegrini
di Luca Bonardi e Gabriele Rossi

Non abbiamo avuto la fortuna di conoscere Marco Pellegrini. Ne abbiamo però conosciuta, sotto un angolo privilegiato, l'opera: breve come la sua vita... Come questa però - così sin dall'inizio ci è parso di cogliere - densa di contenuti. Di tale opera abbiamo, involontariamente prima, più coscientemente poi, ripercorsa passo passo la costruzione. Dalle prime annotazioni raccolte con criterio ordinato; dalle iniziali trascrizioni, subito arricchite di note critiche; a quegli scritti che, un poco alla volta, andavano componendosi in un quadro, ampio e coerente, e in parte rimasto assai poco noto. Dagli appunti, cosiddetti di campo, ma che per Lui corrispondevano ai molti campi praticati - dalle biblioteche, agli archivi, umani e naturali, sino alle parole, non scritte, della gente - per giungere alle rigorosissime stesure finali.

L'infausta sorte che in un giorno di agosto del 1972 lo ha prematuramente strappato alla vita ne avrà forse preclusa la fama, senza però giungere a sminuire il rilievo scientifico, evidente nella sua unica opera edita, della strada di ricerca da Egli, con ostinazione e capacità non comuni, aperta.

Questo libro vuole anche rappresentare il primo passo di un percorso destinato a rilumeggiare la breve, ma preziosa, attività scientifica di Marco Pellegrini: allievo, come tanti, di Lucio Gambi.

A trent'anni dalla sua scomparsa, al nome del Pellegrini è oggi più facile associare, come già a suo tempo ricordava lo stesso Gambi, un "maturo impegno politico" a cui non furono probabilmente estranee la temperia culturale di quegli anni e una tradizione familiare di aperta e decisa partecipazione alla prassi politica. Tale immagine permane viva grazie all'operato della Fondazione "Piero e Marco Pellegrini e Guglielmo Canevascini" di Bellinzona di cui Marco fu, a suo tempo, tra i principali promotori.

Ignote ai più, e spesso anche a coloro che partecipano di una ricerca intersecante o parallela a quella del Pellegrini, risultano invece le fondamentali ricerche da egli condotte nel campo della climatologia storica delle Alpi. Queste risultano per buona parte racchiuse nei volumi di cui si compone la corposa tesi di laurea in Lettere discussa presso l'Università degli Studi di Milano nel 1971. Una parte di tali studi ha ricevuto pubblicazione nel 1974, sotto il titolo 'Materiali per una storia del clima nelle Alpi lombarde durante gli ultimi cinque secoli', Archivio Storico Ticinese, n. 55-56), grazie alla cura e all'interesse di coloro che più da vicino ebbero a seguire il corso di quelle ricerche.

Crediamo sia qui utile proporre l'identificazione di alcuni concetti, a partire da quelli di natura metodologica, sviluppati nel corso di quell'indagine: caratteri, alcuni, che hanno contribuito a rendere originale, e per certi versi unica, la ricerca del Pellegrini. Oggi ancora, sorprende infatti l'adozione di metodi non comuni in una disciplina, la climatologia storica, a quei tempi intenta a muovere i suoi primi "liberi passi", non più governata cioé, come invece sino ad allora avvenuto, da criteri preconcettuali. Colpisce, soprattutto, la straordinaria disinvoltura con la quale il Pellegrini seppe utilizzare metodi e coniugare risultati di settori della ricerca tanto diversi - la glaciologia, la dendroclimatologia, la ricerca archivistica ecc. - di norma afferenti ad ambiti disciplinari, quelli delle scienze naturali e delle scienze storiche, assai distanti nella prassi della ricerca, scientifica e umanistica, italiana del periodo. Ma l'Italia e le sue poco intelligenti rigidità disciplinari appartenevano assai poco alla vicenda di Marco Pellegrini. Una più diffusa attitudine interdisciplinare trovava, e oggi ancora trova, manifestazione in quella Svizzera da cui il Pellegrini proveniva. L'atteggiamento del Gambi, risoluto oppositore del chiuso corporativismo della geografia accademica, dovette del resto, per parte sua, svolgere un ruolo chiave nella medesima direzione.
L'utilizzo, pioneristico in Italia, di metodi di ricostruzione climatostorica quali la dendroclimatologia (valutazione in chiave climatica del ritmo di accrescimento dei tronchi d'albero attraverso la misurazione dell'ampiezza degli anelli meristematici) e la parafenologia (ricostruzione di fasi climatiche stagionali sulla base di atti - umani - correlabili alle date di modificazione e sviluppo osservabili nei vegetali; ad esempio le date delle vendemmie) palesano l'elevato grado di conoscenza e di attiva partecipazione allo sviluppo delle moderne tecniche di indagine paleoclimatica da parte del Pellegrini; non a caso, la sua opera rimarrà a lungo senza riscontri in Italia (e tale per buona parte permane per ampiezza e rigore).

Si rammenti inoltre che l'indagine condotta dal Pellegrini mirava alla complessa ricostruzione del clima, nell'Età moderna, di due diverse, seppur contigue, regioni delle Alpi Centrali: il Ticino e la Valtellina. E anche tale impostazione merita particolare considerazione. Non è raro infatti il caso di ricostruzioni storiche, e non solo climatostoriche, ma anche storico-economiche demo-storiche ecc., totalmente elusive del principio della diversità geografico-ambientale: ricostruzioni cioè nelle quali gli esiti di indagini relative ad aree lontane e molto diverse sono stati utilizzati per la composizione di un unico e grossolano elenco di fatti climatici; e, a partire da questo, di frettolose correlazioni tra il clima, le sue variazioni e le sue anomalie, e i fatti più disparati della vicenda umana.

Già solo nella scelta dell'area di indagine, appare invece evidente come tali riflessioni non risultassero estranee al Pellegrini, per il quale l'omogeneità dei climi, e quella possibile della intensità e della scansione dei mutamenti climatici, non costituisce un assioma, ma un'ipotesi, da verificare, attraverso ogni strumento scientifico a disposizione (e qui ancora il Pellegrini ritorna con forza, senza peraltro averlo mai abbandonato, nel solco tracciato dall'atteggiamento euristico gambiano). La scelta di regioni limitrofe, come per l'appunto la Valtellina e il Ticino, singolarmente indagate, rende ragione di un'impostazione esatta quanto necessaria alle possibilità di utilizzare i risultati della ricerca per una migliore e più ampia comprensione dei fenomeni, umani e naturali.

Detto quindi del rispetto metodologico ad alcuni irrinunciabili canoni di ricerca restano da vedersi i risultati effettivi di un tale approccio. Questi non poterono che essere positivi, tanto da risultare, oggi ancora, di straordinario interesse. Importanza particolare rivestono, ad esempio, le notazioni raccolte sulla presenza della vite in età storica in Valtellina e in Ticino e le secolari serie fenologiche delle vendemmie relative l'area valtellinese. Su alcune di queste si è potuto negli ultimi anni utilmente fare conto per il confronto con dati di provenienza documentaria e geografica diversa; le stesse potranno inoltre costituire base di partenza per ulteriori, importanti approfondimenti.

Accanto a quanto già reso noto nei "Materiali", altri e significativi risultati non trovarono a suo tempo possibilità di diffusione. In particolare, relativamente all'area valtellinese, grazie alla conservazione dei materiali originari di tesi e alla disponibilità della Fondazione Pellegrini - Canevascini, si è potuta conseguire informazione di eventi climatici e delle relative fonti archivistiche di straordinaria utilità e per le quali diversa acquisizione sarebbe risultata complessa quando non impossibile. Fra tutti meritano menzione le trascrizioni e i commenti di lunghe 'Effemeridi Meteorologiche Valtellinesi', comprendenti, fatto eccezionale, anche dati di tipo strumentale, importanti per una comprensione più completa delle vicende storico-economiche delle Alpi centrali italiane relative in particolare al XVIII secolo.

Su questi e altri materiali, presenti in prima nota fra le carte del Pellegrini, dallo stesso opportunamente vagliati e oggetto di significativi commenti, si intende concentrare in futuro una particolare attenzione, dopo che una prima, parziale analisi ha peraltro già prodotto alcuni soddisfacenti risultati.
L'incontro italo-svizzero organizzato a Milano nel febbraio del 1999 per fare il punto sullo stato della ricerca paleoclimatologica alpina ha mostrato, a partire dai suoi più evidenti esiti partecipativi, la bontà della strada interdisciplinare e transnazionale a suo tempo indicata dal Pellegrini, al quale, non a caso, tali giornate e questo stesso libro sono stati dedicati.

 


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