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Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia
Fondazione Pellegrini-Canevascini

Fra Roma e Berna

 Versione di stampa

La Svizzera italiana nel ventennio fascista

 

Fra Roma e Berna
Mauro Cerutti | 1986 | pp. 528
Prezzo: CHF 30,50

Edizioni Franco Angeli

Il libro può essere ordinato direttamente on-line sul sito della Libreria Casagrande:

Note sull'autore

Mauro Cerutti, ticinese, è docente incaricato all'Università di Ginevra, dove si è laureato nel 1974 con una tesi sul movimento operaio svizzero. Da vari anni collabora alla edizione dei "Documenti diplomatici svizzeri", occupandosi del periodo 1930-1936. Ha pubblicato in riviste specializzate diversi articoli sull'emigrazione e sull'antifascismo italiano in Svizzera. Questo volume è l'edizione ridotta, in italiano, della tesi di dottorato che ha discusso a Ginevra nell'ottobre 1984.

 

Introduzione

"Nessun altro Cantone come il Ticino durò tanta fatica a sottoporsi alle decisioni di politica estera del Consiglio federale, né perturbò a tal punto la politica di neutralità del governo della Confederazione": un giudizio, questo di Edgar Bonjour " applicabile anche al periodo studiato nel nostro volume. Formulandolo, certo, lo studioso basilese si riferiva all'attivo appoggio che ottennero in Ticino i patrioti del Risorgimento; se a soffrirne, allora, furono i rapporti con l'Impero austro-ungarico, per noi si tratterà, naturalmente, dei rapporti con l'Italia del fascismo. Ma la solidarietà per i profughi politici e per la loro causa ebbe, nei due casi, molti aspetti simili; durante il Ventennio, del resto, gli antifascisti ticinesi sottolinearono più volte queste analogie.

Egidio Reale, quasi vent'anni profugo in Svizzera prima di diventare, per una sorta di giusto contrappasso, il primo rappresentante a Berna della Repubblica italiana, ha reso generoso omaggio al grande aiuto dato dal cantone alla causa antifascista, ricordando come vi furono accolti, a partire dal 1943, gli italiani fuggiti dal Regno e gli uomini della Resistenza. Negli ultimi anni di guerra, in effetti, la gente ticinese e i suoi politici condannarono le iniziative belliche dell'Asse, tanto gravide di minacce per la Confederazione, e accolsero generosamente chi lasciava la Penisola. All'ospitalità che in quegli anni trovarono in Svizzera i profughi italiani è dedicato, d'altronde, un recente lavoro di Elisa Signori, che considera i mesi da loro trascorsi oltre confine come una pausa propizia alla riflessione sia culturale sia politica; tale riflessione avrebbe poi influito, e in misura non indifferente, sulla nascita di un'Italia nuova, ormai repubblicana.

Ma l'unanimità antifascista riscontrabile in Ticino negli anni 1943-45 non vale più, evidentemente, per lo storico che s'interessi al periodo fra le due guerre. Inoltre questa unanimità, emersa in un quadro drammatico e affatto eccezionale, nascondeva elementi artificiali e motivazioni opportunistiche: quando fu chiaro che la situazione era mutata, qualche filofascista cambiò bruscamente bandiera... Anche se gli ultimi anni del conflitto furono importanti e, in un certo senso, perfino vitali per le sorti del Ticino e della Svizzera, è indispensabile, insomma, risalire a molto tempo prima: i loro risvolti tragici tendono a far dimenticare, infatti, certe prese di posizione anteriori, forse più rivelatrici e più sincere. Una visione limitata solo a quel periodo sarebbe incompleta: rischierebbe, in particolare, di far passare per fautori dell'antifascismo (e quindi dei valori democratici) uomini che invece, in precedenza, non nascondevano la simpatia per il regime.
Anche per questo, abbiamo voluto studiare la presenza antifascista nel Ticino in un'epoca più calma, meno drammatica e quindi più 'normale'. Si tratta, beninteso, di un discorso relativo, perché i pochi fuorusciti attivi nel cantone fra le due guerre suscitarono, spesso, dispute violente fra i partiti e fra i giornali ticinesi; l'unanimità di cui sopra era ancora lontana. Il dibattito su fascismo/antifascismo e su come interpretare, di volta in volta, il diritto d'asilo, in molti casi oppose tra loro i partiti del cantone, e talora aprì anche alloro interno fessure profonde: è chiaro che un simile dibattito non poteva lasciare insensibile una terra come il Ticino, unita all'Italia limitrofa da tanti legami storici, culturali ed economici di durata secolare. La presenza dei fuorusciti - di quelli, almeno, che erano tollerati da Berna e/o non preferivano recarsi in Francia - servì a volte da 'cartina di tornasole', cioè costrinse a prendere posizione, a scegliere tra ragion di Stato (o di partito) e diritto d'asilo, a decidere se l'asilo andasse concesso solo all'uomo od anche alle sue idee; scelta, questa, peraltro non facile, data la cordialità dei rapporti italo-svizzeri.
Sia l'attiva solidarietà subito espressa dai socialisti ticinesi agli esuli del Regno, sia la campagna antifascista condotta nel Ventennio dal loro quotidiano Libera Stampa, furono viste dagli altri partiti in vari modi, ma più spesso riprovate e condannate: il leader socialista Canevascini e i suoi compagni, biasimati per i loro 'eccessi', vennero accusati di anteporre l'antifascismo agli interessi cantonali e federali. A tali critiche si unirono di solito quelle di Berna, preoccupata delle reazioni di Roma e pronta, talvolta, a intervenire anche prima che l'Italia mostrasse irritazione. In qualche caso il governo ticinese, comprendente un consigliere socialista, si schierò a favore dei fuorusciti; le inevitabili tensioni che ne derivarono con Berna misero a dura prova i legami costituzionali e la prassi del federalismo, risvegliando o accentuando la sfiducia del Ticino nella Confederazione.
Si può dire, in generale, che il fattore 'antifascismo' non mancò quasi mai nelle dispute fra i partiti del cantone; lo stesso vale, d'altro canto, sia per i fasci italiani, molto attivi nella folta colonia di immigrati, sia per le minacce che il fascismo pareva far gravare, a livello spirituale e politico, sull'indipendenza del Ticino. Dopo la vittoria del nazismo, seguita in Svizzera - specie nelle zone germanofone - dalla nascita dei 'fronti', venne fondato anche un partito fascista ticinese che aveva appoggi ai vertici del Regno; per qualche mese il cantone rischiò il ritorno delle violenze in cui, dopo la Grande Guerra, nella vicina Italia si erano distinte le camicie nere. Nonostante le ambizioni smisurate dei suoi capi, tuttavia, il movimento si sgonfiò ben presto; alla sua fine prematura non fu estraneo l'intervento socialista.

L'interesse di uno studio del fascismo ticinese e svizzero - piatta imitazione, in fondo, di stili e modelli italiani - sta soprattutto, a nostro avviso, nei motivi che spinsero il duce a concedergli un aiuto finanziario; l'importanza di tale aiuto è documentata per la prima volta proprio dal nostro lavoro. Dopo le rivelazioni di Roger Joseph sui sussidi di Mussolini al consigliere di Stato Martignoni, una nuova tessera si aggiunge, così, al mosaico delle 'indelicatezze' che il duce commise verso la Svizzera nella speranza di diffondervi il fascismo ed esercitarvi un influsso politico.
Tali sono, a grandi linee, i temi principali affrontati nel volume. In un primo tempo avevamo pensato di coprire l'intero periodo interbellico, che tra l'altro coincide quasi esattamente con la cosiddetta era Motta: con i vent'anni, cioè, in cui capo della diplomazia svizzera fu Giuseppe Motta, consigliere federale ticinese. Viste le dimensioni già assunte dal testo, però, abbiamo concluso l'esposizione all'inizio del 1935, momento che corrisponde, grosso modo, col declino del fascismo ticinese e con un cambiamento di alleanze tra i partiti del cantone: il febbraio di quell'anno segnò la fine del 'Governo di Paese', coalizione governativa - ininterrotta dal 1922 - tra conservatori e socialisti. Ma possediamo sin d'ora gran parte della documentazione sull'arco di tempo successivo; confidiamo perciò di poterci, in futuro, rimettere all'opera.

Il lavoro è strutturato essenzialmente su base cronologica, salvo per due capitoli di tipo più tematico (il primo ed il sesto); date anche la varietà e ricchezza delle fonti, abbiamo optato per una gamma di argomenti aperta il più possibile. Ci è parso interessante, dunque, esaminare le conseguenze che l'antifascismo nel Ticino ebbe sulla politica cantonale, sui rapporti tra Berna e Bellinzona, sulle relazioni diplomatiche con Roma; è emersa allora, progressivamente, una rete d'interazioni complessa e a molte maglie, ma con tre fili portanti principali.
Il primo di essi, che è il nucleo centrale dell'opera, consiste indubbiamente nell'azione dei fuorusciti, nel sostegno che diede loro soprattutto il Partito socialista, nelle reazioni degli altri partiti e del governo cantonale. Il tutto in un'ottica che potremmo definire ticinese: più che le mosse dei fuorusciti in sé, sono stati esaminati i loro effetti sugli autoctoni. Gli esuli antifascisti concepivano la loro attività, logicamente, anzitutto in funzione di ciò che avveniva nel loro paese d'origine; la loro presenza, d'altra parte, ci ha permesso di studiare le forze politiche per quanto concerne le posizioni reciproche, l'atteggiamento verso il fascismo, le idee sul diritto d'asilo, gli interessi e i secondi fini elettorali.
Il secondo filo è rappresentato dai rapporti del Ticino con le autorità di Berna, cioè col governo svizzero e col Ministero pubblico federale, incaricato di coordinare e dirigere l'attività delle polizie cantonali. Un posto a parte, nell'esecutivo elvetico, è riservato a Motta: i suoi interventi più o meno ufficiali compaiono - spesso in primo piano, a volte sullo sfondo - nel corso di tutto il volume. Attento spettatore della situazione ticinese, il capo del Dipartimento politico non solo seguiva costantemente la stampa del cantone ma interveniva di persona, in vari casi, nei conflitti della sua terra d'origine; in questo senso la sua corrispondenza (semi ufficiale e
privata) con esponenti dei partiti, della Chiesa e dei giornali ticinesi
oggi nel fondo Motta, all'Archivio federale di Berna - è stata per noi una fonte di valore inestimabile. Abbiamo così potuto completare, e talvolta correggere, le prese di posizione del Motta 'ufficiale', apportando tocchi nuovi al suo ritratto; una sintesi critica del personaggio, comunque, rimane a tutt'oggi da fare. Altra fonte molto utile è risultata, fra i consiglieri federali, il diario intimo del bernese Karl Scheurer, fino alla morte (1929) capo del Dipartimento militare. Pubblicati da Hermann Boschenstein ma solo in piccola parte, questi appunti quotidiani di un membro dell'esecutivo - spesso critico, tra l'altro, verso Motta - rivestono un notevole interesse, integrando i verbali ufficiali delle sedute di governo; gli storici interessati agli anni '20 se ne sono serviti, finora, troppo poco.

Il terzo filo portante è dato dai rapporti tra la Svizzera e l'Italia. Si tratta, com' è ovvio, del quadro più esteso in cui sì muove la nostra problematica: quello che vede diplomatici e autorità dei due paesi 'valutare' l'azione antifascista, e che spiega anche il perché di certe decisioni prese a Roma o a Berna. l diplomatici seguivano attentamente i fuorusciti, ma soprattutto badavano a rispettare i dettami della ragion di Stato; la loro corrispondenza, perciò, fornirebbe da sola un'immagine appiattita, troppo spesso schematica e scialba degli esuli politici. Oltre alle fonti diplomatiche, ci è quindi parso necessario uno spoglio sistematico della stampa antifascista e delle fonti di polizia svizzere e italiane, nonché, quando possibile, il colloquio personale con qualche attore e testimone di quell'epoca; solo il confronto critico di punti di vista diversi consente, ci sembra, di far luce sulla vita e le motivazioni dei profughi o di chi, in Ticino, li aiutava. Il nostro, in fondo, è stato in buona parte un paziente tentativo di ricostruzione degli eventi, nello sforzo non solo di superare i giudizi e le accuse dei fascisti, ma anche di evitare il trabocchetto della facile agiografia di stampo antifascista. Ci siamo, quanto meno, avvicinati a questa meta? Lasciamo l'ardua sentenza al lettore.
La corrispondenza diplomatica, comunque, è una fonte di grande rilievo: costituisce, infatti, il mezzo principale - o più facilmente decifrabile - per stimare l'impatto che l'antifascismo, prima o poi, ebbe sui rapporti italo-svizzeri. Anche qui la figura di Motta ha un ruolo importantissimo; cosa logica, del resto, se si pensa che per ben vent'anni egli diresse la diplomazia di Berna. Certo, per la piccola Svizzera le relazioni con lo Stato confinante avevano un interesse ben maggiore che non per l'Italia fascista. Nonostante le intrinseche debolezze strutturali, il Regno esibiva all'esterno, col sostegno retorico del duce, una facciata da grande potenza; nella sua politica estera, è chiaro che la neutrale Elvezia era solo un elemento secondario. Lo dimostra in concreto anche la collana I documenti diplomatici italiani, ove i testi relativi a Berna sono quasi inesistenti; sfogliando invece i Documenti diplomatici svizzeri, o almeno i due volumi usciti concernenti quel periodo, si nota subito quanto fosse importante per Berna il partner italiano. Roma, d'altronde, sapeva benissimo che il piccolo paese alpino dava lavoro a una forte colonia di regnicoli (molto minore di quella attiva in Francia, ma sempre seconda in Europa), era un grande acquirente di prodotti e aveva in Italia cospicui investimenti; questi fattori contribuivano, probabilmente, ad aumentare il 'peso' della Svizzera.

È impossibile elencare, in questa sede, la ricchissima documentazione pubblicata finora sulla storia dell'antifascismo italiano, nel solco della classica Storia dei fuorusciti di Aldo Garosci o dell'opera, più recente, di Charles F. Delzell. Ricordiamo soltanto, perché riguarda il periodo da noi esaminato, la Storia della Concentrazione antifascista 1927/1934, di Santi Fedele, nonché le illuminanti riflessioni di Simona Colarizi sui problemi storiografici di uno studio critico del fuoruscitismo; sia in Italia che altrove, del resto, si moltiplicano le pubblicazioni sulla presenza antifascista in diversi paesi, Ai rapporti italo-svizzeri negli anni che c'interessano è dedicato, in parte, il terzo volume del monumentale lavoro di E. Bonjour; l'argomento è stato ripreso, per il periodo 1922-1930, dalla tesi di dottorato di Katharina Spindler, che però gli dedica un solo capitolo e approfondisce, soprattutto, i diversi atteggiamenti della borghesia svizzera nei confronti del regime.
Gli studi sul Ticino in epoca fascista si sono arricchiti, recentemente, di due pubblicazioni. Nel 1983 è uscita su Archivio Storico Ticinese la tesi di laurea Dalla difesa dell'italianità al filofascismo nel Canton Ticino (1920-1924), presentata a Friburgo nel 1975 da Paola Bernardi-Snozzi; quest'opera, che abbiamo consultato nell'edizione universitaria, ci ha dato preziose indicazioni di ricerca che abbiamo sfruttato nel primo capitolo. Il secondo testo, anch'esso recentissimo, tocca ancor più da vicino il nostro tema: si tratta della tesi di Marzio Rigonalli Le Tessin dans les relations entre la Suisse et l'Italie, 1922-1940, uscita, però, troppo tardi perché potessimo tenerne conto in queste pagine. Il soggetto e il periodo studiati sono sostanzialmente analoghi a quelli del nostro lavoro, e i documenti consultati (in particolare quelli diplomatici) sono in gran parte gli stessi; ma la problematica è diversa, perché Rigonalli insiste sui rapporti italosvizzeri e sull'irredentismo ticinese, mentre noi ci soffermiamo specialmente sulla situazione del cantone e sulla lotta antifascista. Siamo convinti, perciò, che le due opere non rappresentino un doppione ma si completino a vicenda; speriamo che entrambe, anzi, possano aprire nuove prospettive sulla storia del Ticino, stimolando altre ricerche sugli anni 'caldi' e controversi compresi fra le due guerre.


 


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