Home page
Home page

 

  Contatti     Home

 

 

Fondazione Pellegrini-Canevascini

Femminile plurale

 Versione di stampa

Itinerari di storia delle donne in Svizzera dall'Ottocento a oggi

Femminile plurale
Itinerari di storia delle donne in Svizzera dall'Ottocento a oggi

Yvonne Pesenti | 1992 | pp. 151
Prezzo: CHF 27

Fondazione Pellegrini - Canevascini

Il libro può essere ordinato direttamente on-line sul sito della Libreria Casagrande:

Note sull'autore

Yvonne Pesenti, Dr. phil., storica. Si occupa soprattutto della storia del lavoro e dell'emigrazione femminile. Ha pubblicato, tra l'altro Beruf: Arbeiterin. Soziale Lage und gewerkschaftliche Organisation der erwerbstätigen Frauen aus der Unterschicht in der Schweiz 1890-1914 (Zürich 1988).

 

Introduzione di Yvonne Pesenti

Nell'ottobre 1991 si è tenuto a Magliaso, per iniziativa della Società Svizzera degli Insegnanti di Storia un corso di aggiornamento sulla storia delle donne in Svizzera nel XIX e XX secolo. Obiettivo del seminario era quello di permettere ai docenti di storia delle scuole superiori di familiarizzarsi con alcuni aspetti della ricerca, nonché di presentare alcune proposte concrete per l'inserimento di questa tematica nell'insegnamento.
Ancora oggi, nei manuali su cui a scuola gli studenti - maschi e femmine - imparano a confrontarsi con il passato, le donne compaiono solo marginalmente, o vengono semplicemente ignorate.
Per lungo tempo la storiografia istituzionale ha identificato l'esperienza maschile nella e della storia con la "storia generale". Tra l'ambito maschile del pubblico e quello, prevalentemente femminile, del privato, veniva tracciata un'immaginaria linea di demarcazione che scindeva ciò che era ritenuto storicamente rilevante da ciò che invece non lo era, estromettendo così dalla storia i modi di vita femminili, essenzialmente incentrati sulla famiglia e l'ambito domestico. Concettualmente le donne venivano collocate al margine dello spazio storico, nella sfera della stabilità, "di quel che appare come 'naturale', e quindi immutabile, nei rapporti umani". In quanto non suscettibili di cambiamento, determinati aspetti della vita femminile erano considerati di pertinenza di scienze come la biologia e l'antropologia. La storia delle figure femminili eccezionali, il destino delle eroine senza eguali e quello delle "donne illustri" è l'unica tradizione storiografica sulle donne tramandataci come genere consolidato.
Nel corso degli ultimi decenni, soprattutto grazie all'influsso della scuola delle Annales, si è andato sviluppando un interesse crescente nei confronti di campi di indagine estranei alla ricerca storica di ispirazione più tradizionale. Gli storici hanno cominciato a rivolgere la loro attenzione a temi come la vita privata, la famiglia, la sessualità, a tener conto delle pratiche di vita quotidiana, delle rappresentazioni e delle "mentalità" comuni. Il patrimonio conoscitivo accumulato si grazie all'apporto della nuova storia sociale e gli interrogativi che essa ha suscitato dal profilo metodologico e teorico hanno contribuito a riportare in primo piano nuovi protagonisti del processo storico, fra cui le donne.

La storia delle donne è stata resa possibile grazie al concorso di molteplici fattori. Per costruirla è stato necessario avvalersi di tante e diverse componenti che non avevano un rapporto diretto con la disciplina storica, ricorrendo anche a strumenti di analisi elaborati altrove: la critica all'opposizione fra cultura e natura in antropologia, la questione della rappresentazione femminile nelle arti figurative, il problema della definizione dei ruoli sessuali in psicologia, e così via. Ma questa costruzione non sarebbe stata realizzabile senza l'impulso, decisivo, datole dal movimento femminista. Gli interrogativi che esso ha suscitato hanno avuto un ruolo determinante per la nascita e lo sviluppo di questo filone di ricerca.
Le prime a rimettere in discussione, alla fine degli anni Sessanta, la marginalità delle donne rispetto alla storia furono le ricercatrici americane, seguite, a distanza di alcuni anni, dalle europee. La questione fondamentale riguardava inizialmente la necessità e la legittimità della ricerca sulle donne. A questo proposito, i titoli delle prime pubblicazioni sul tema sono assai significativi. Nel 1983 apparve in Germania la raccolta di saggi Frauen suchen ihre Geschichte, l'anno seguente vennero pubblicate due raccolte analoghe in Svizzera e in Francia: Auf den Spuren weiblicher Vergangenheit e Une histoire des femmes est-elles possible ? Un grande numero di lavori ha nel frattempo risposto a questa domanda. Ma non solo: le ricerche degli ultimi anni, insieme agli apporti derivanti dai women' s studies, hanno contribuito a far sì che questo argomento divenisse oggetto di una vasta e composita letteratura storiografica.

In Svizzera, come altrove, la questione fu inizialmente dibattuta fuori dall' ambito accademico, senza nessun tipo di confronto con il territorio storico nel suo complesso. Verso la fine degli anni Settanta il tema venne affrontato anche in alcune università, dapprima nell' ambito di gruppi di lavoro integrativi, in seguito nel quadro di seminari, sia interdisciplinari sia specifici.
Nell'ultimo decennio la storia delle donne ha dato luogo, anche nel nostro paese, a un' ampio dibattito; nonostante la scarsa fortuna accademica (e i limiti, assai modesti, dello spazio accordato alle tematiche femminili all'interno della storiografia istituzionale), essa ha portato alla pubblicazione di innumerevoli contributi. Come testimoniano i rapporti dei convegni delle storiche svizzere - che si tengono regolarmente da una decina di anni a questa parte, si tratta di un filone di ricerca in continua espansione, che ha prodotto risultati molto maturi.
Dai primi studi sporadici e isolati si è ben presto passati a una fase di ricerca cumulativa, cercando di rendere manifesta la presenza femminile in quegli ambiti del vissuto sociale e politico in cui essa era più chiaramente attestabile. L'attenzione delle ricercatrici si è quindi dapprima focalizzata sulla storia dell'emancipazione, le organizzazioni femminili, il lavoro salariato e le professioni femminili e l'istruzione delle donne. Un particolare interesse è pure stato rivolto alla lotta per la conquista del suffragio femminile, un fatto comprensibile visto che il nostro paese fino all'inizio degli anni Settanta ha negato alle donne l'ingresso nella sfera della politica.
Negli ultimi anni il campo delle indagini si è progressivamente allargato. L'inventario tracciato da Regina Wecker in un articolo che ricostruisce le tappe essenziali di questo percorso, mostra che ci troviamo davanti a un panorama di lavori frastagliato ma rigoglioso, che abbraccia tematiche sempre più specifiche: da quelle connesse alla "natura" delle donne (come la maternità, l'aborto, le nascite illegittime, la sessualità) a quelle in relazione con il suo ruolo sociale (come il lavoro domestico o la sociabilità femminile), dalle biografie di donne celebri e meno celebri alle immagini femminili. Mentre in un primo tempo le indagini si erano concentrate quasi esclusivamente sul XIX e XX secolo, ci si è ora avvicinati anche alla storia delle donne nel Medioevo e nell' antichità. Le lacune, da questo punto di vista, restano tuttavia considerevoli. Inoltre alla grande eterogeneità della produzione non corrisponde un' equilibrata distribuzione geografica: alcune regioni sono state oggetto di diversi studi (tipico a questi proposito, l'esempio dell'Oberland zurighese), in altre invece la storia delle donne è ancora tutta da esplorare. Il Ticino si situa a mezza strada fra questi due estremi.
Ma il percorso di questa ricerca ha anche una sua storia interna: quella delle riflessioni su cosa sia o debba essere la storia delle donne e su quali effetti essa possa avere sulla restante storiografia. In questo senso, lo sviluppo di gran lunga più importante è stato l'emergere di una nuova categoria di analisi basata sul "genere"( gender) inteso come complesso rapporto socioculturale. Fare la storia delle donne non significa pertanto studiarle isolatamente, come in un vuoto, in termini di differenza e separatezza. Come ha sostenuto di recente Françoise Thébaud si tratta invece di "introdurre nella storia globale la dimensione del rapporto tra i sessi", con la convinzione che tale rapporto "non è un fatto di natura ma una relazione sociale costruita e rimodellata di continuo, insieme effetto e motore della dinamica sociale."
La portata innovatrice del "genere" come categoria di analisi sta nell'aver evidenziato l'insieme dei ruoli sociali come prodotto di una elaborazione culturale che in ogni società ridefinisce incessantemente ruoli e sfere del maschile e del femminile, al di là dell' appartenenza biologica. L'immissione di questa categoria nell' indagine storiografica ha posto interrogativi di notevole rilievo, sia dal punto di vista teorico che da quello metodologico, scoraggiando nel contempo gli approcci puramente descritti vi, tendenti a confinare la ricerca sulle donne in una sorta di ghetto disciplinare a sé stante. La storia delle donne è infatti "storia di genere per eccellenza."

I contributi raccolti in questo volume non si propongono di tracciare un bilancio esaustivo delle ricerche condotte in questo campo, né di tentare una sintesi dei risultati, ancora molto sparsi e frammentari, cui esse hanno portato. Più modestamente, la loro pubblicazione avviene con l'intento di mettere a fuoco i momenti significativi di alcuni di questi itinerari di ricerca, risvegliando la curiosità del lettore nei confronti di una mappa i cui contorni si stanno via via delineando.
Due contributi si occupano, da due diverse prospettive, dell' evoluzione della norma sociale attraverso le rappresentazioni e i discorsi in cui questa si concretizza. L'analisi critica del periodico femminile Frauenrecht mostra chiaramente come l'ideale di donna delle socialiste svizzere (e della classe operaia in genere) sia di fatto largamente conforme al modello normativo vigente, che assegna le donne alla maternità e all'ambito domestico e gli uomini alla sfera pubblica. Nelle trasformazioni che l'immagine delle donne svizzere subisce nel corso dei decenni si possono cogliere in filigrana i mutamenti della congiuntura economica e dell' assetto politico-sociale. Se la guerra per certi versi aveva affrettato l' emancipazione delle donne, favorendo il loro inserimento nel processo produttivo, con la fine del conflitto subentra il disincanto: gli uomini recuperano i loro posti e le donne vengono rimandate a casa. Alla "maschietta", prodotto dei folli anni V enti, si sostituisce, con l'avanzare della crisi economica, l'immagine della brava casalinga e madre premurosa, dominante fin nel secondo dopoguerra. La massaia diventa così il centro di gravità della famiglia operaia. Sebbene la presenza delle donne sul mercato del lavoro faccia registrare un considerevole incremento, gli anni Sessanta celebrano l'apogeo della casalinga di professione, regina incontrastata del focolare e accorta consumatrice. Incapaci di risolvere la contraddizione fondamentale tra lavoro produttivo e riproduttivo, le donne socialiste oscillano continuamente tra spinte emancipatorie e senso del dovere. Nonostante i profondi mutamenti dovuti all'impatto del movimento femminista, questa contraddizione si ritrova irrisolta nel modello attuale, quanto mai ambiguo: quello della superdonna capace di destreggiarsi perfettamente tra casa, affetti e carriera.
Gli stessi modelli culturali e di comportamento messi in luce da Annette Frei riaffiorano nei presupposti ideologici su cui si fondano le norme giuridiche analizzate da Regina Wecker. Postulando la priorità della funzione riproduttiva della donna e la preminenza del suo ruolo familiare, le leggi a tutela delle lavoratrici rafforzano la pressione normativa in favore della casalinga. In quanto sanciscono una specificità femminile al servizio della famiglia, esse suggeriscono l'idea che il lavoro salariato delle donne sia secondario rispetto a quello domestico, collocando la lavoratrice in una posizione di svantaggio sul mercato del lavoro che ne legittima anche l'inferiorità salariale.

La legislazione in materia di lavoro femminile costituisce solo uno degli elementi del discorso normativo che definisce lo status sociale dell'uomo e della donna. Dal Settecento in poi, la definizione della donna come soggetto profondamente "naturale", donna-genitrice e custode degli affetti familiari, porta a una normazione sempre più capillare e sistematica dei ruoli sociali. Con l'affermarsi della centralità del ruolo riproduttivo delle donne, costantemente ribadita, il lavoro perde progressivamente importanza nella determinazione dell'identità femminile. Parallelamente, in seguito alla diffusione del lavoro salariato, considerato l'unica forma di lavoro produttivo, il lavoro domestico cessa di venir considerato un fattore economicamente rilevante. Heidi Witzig ed Elisabeth Joris mettono in evidenza gli elementi di continuità e la dimensione economica delle attività che le donne svolgono per e nella famiglia, in una regione l'Oberland zurighese - che, in quanto caratterizzata da una situazione sociale composita, rappresenta un punto d'osservazione privilegiato. Nonostante l'enfatizzazione, sul piano ideologico, delle responsabilità familiari delle donne, per la stragrande maggioranza della popolazione femminile di questa regione esigenze lavorative e impegni domestici si intrecciano di continuo: la flessibilità, la capacità di passare, a seconda delle necessità, da un campo di attività all'altro diventa così un elemento costitutivo della quotidianità femminile, ancorché declinato diversamente a seconda delle classi sociali e dei periodi storici presi in esame.

Benché estromesse dalla partecipazione alla vita pubblica, le donne riescono tuttavia a conciliare queste due esigenze assicurandosi un sostegno fondamentale attraverso una complessa rete di relazioni parentali e di vicinato. Queste reti informali di rapporti, create e gestite dalle donne in modo estremamente dinamico, rappresentano il quadro di riferimento essenziale per la sociabilità femminile; esse permettono alle donne di intervenire nella vita sociale e di accedere alle risorse della comunità, superando così limiti imposti dalla tutela maschile.
La presunta opposizione tra femminilità e produttività, tra famiglia e salario, considerata un fatto sociale oggettivo, è alla base del discorso dell'economia politica, che tenta di fondare in natura l'inferiorità delle donne sul mercato del lavoro. Nel corso del XIX secolo la "questione" della donna che lavora fuori dall' ambito domestico assume così uno straordinario rilievo. Le donne vengono ritenute idonee solo per determinate mansioni e tipi di occupazione, generalmente poco qualificate e scarsamente retribuite. Sotto questo punto di vista, le giovani emigranti impiegate nell' industria tessile della Svizzera centrale ed orientale rappresentano un esempio emblematico. Con la creazione dei convitti industriali si raggiunge un duplice scopo: assicurare all'industria una forza lavoro a basso costo e scarsamente combattiva e garantire alla famiglia la tutela sul comportamento morale delle ragazze. La reclusione mette sotto sorveglianza non solo il lavoro delle ragazze, ma anche il loro comportamento quotidiano, i loro gesti e la loro identità.
In questo quadro, le imprenditrici studiate da Verena Müller rappresentano certo felici eccezioni alla regola. Tuttavia il loro campo di attività resta assai limitato: le opportunità professionali che si aprono alle donne della classe medio-alta si collocano infatti quasi esclusivamente nell' ambito dei lavori assistenziali e filantropici.

Il contributo sui convitti industriali sottolinea l'importanza delle fonti orali, che, introducendo nella ricostruzione degli avvenimenti anche il punto di vista delle protagoniste, permettono di passare dall' altra parte dello specchio.
Per la storia delle donne quella delle fonti e della loro valutazione critica è una delle questioni cruciali. In primo luogo perché molti aspetti dell'esperienza trascorsa delle donne ci sono stati trasmessi attraverso il filtro di un sistema di valori definito dagli uomini e in un ottica puramente maschile. Inoltre, come fanno osservare G. Duby e M. Perrot, "il rapporto tra i sessi imprime la sua impronta sulle fonti della storia e condiziona la loro ineguale densità". Di qui la necessità non solo di rintracciare nuove fonti, ma anche di re-interpretare fonti note e di ricorrere - se necessario, e con la dovuta prudenza - all'apporto delle fonti orali e di fonti spurie, come ad esempio le fonti letterarie.
La costituzione nel secolo scorso di un' ortodossia della ricerca storica - quel paradigma storiografico che associamo in genere al nome di Leopold von Ranke, il cui elemento focale è la politica - fa sì che il romanzo storico diventi in un certo senso depositario di quegli aspetti della vita e della realtà sociale esclusi dal registro della storiografia accademica ottocentesca. Secondo Annamarie Ryter occorre ripensare in modo critico la rigidità dei confini che separano la narrazione storica dalla narrazione letteraria: non solo per quanto riguarda la rilevanza dei testi letterari come possibile fonte di informazioni storiche, ma anche cercando di riavvicinare il concetto stesso di storia alle sue origini etimologiche, sperimentando cioè nuove forme di scrittura più adeguate alle finalità conoscitive della storiografia sulle donne.

Assai disomogenei per quanto attiene ai contenuti, questi testi riflettono la pluralità degli interessi che animano la ricerca in corso. Ma, come vuoI suggerire il titolo prescelto, l'elemento della pluralità concerne innanzitutto gli oggetti di questo tipo di indagine storiografica. Alla storia delle donne va attribuito il merito di aver riportato alla luce la molteplicità delle condizioni femminili. Essa si configura sempre più come una storia di disuguaglianze, di "piccole e grandi diversità" , e in quanto tale è concepibile solo al plurale, non al singolare.
La storia delle donne è insomma un cantiere ancora aperto, un campo di analisi sul quale - come indica Brigitte Studer nel saggio conclusivo si tentano già i primi bilanci e le prime rivi stazioni critiche, ma dal quale non si può più prescindere.
La sua originalità non sta tanto nell' assunzione di un nuovo strumentario quanto nelle nuove prospettive introdotte, che pongono l'accento sulle relazioni tra i sessi e la complessità dei processi sociali. Per la storia generale essa costituisce un arricchimento, non da ultimo perché focalizzando l'attenzione sull'alterità femminile e i meccanismi che presiedono alla formazione dell'identità di genere, essa consente di ripensare in una trama relazionale più vasta la storia di uomini e donne come esseri sessuati.


 


Legale © 2007 - Fondazione Piero e Marco Pellegrini e Guglielmo Canevascini