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Fondazione Pellegrini-Canevascini

Il salvadanaio dei desideri

 Versione di stampa

Cronache di vita mendrisiense

Il salvadanaio dei desideri
Raoul Monetti | 1996 | pp. 191 | 2ª ed.
Prezzo: CHF 27

Fondazione Pellegrini - Canevascini

Il libro può essere ordinato direttamente on-line sul sito della Libreria Casagrande:

Note sull'autore

Raoul Monetti, nato a Mendrisio nel 1908, dopo la scuola dell'obbligo, a 17 anni ottiene l'attenstato di meccanico dentista. Socio fondatore (e già presidente) della locale Società Alpinistica Ticinese e del Circolo filatelico del Mendrisiotto. Negli anni Cinquanta lascia l'attività professionale ed apre, in Via Pontico Virunio, una Galleria di antiquariato.

 

Prefazione di Alberto Nessi

Mi è capitato, gli scorsi anni, di tenere dei corsi di italiano per l'Associazione Ticinese Terza Età, a Mendrisio. Fra gli argomenti proposti agli anziani allievi: "Raccontare il proprio vissuto". Un tentativo di attivare la partecipazione dei corsisti, invitando li ad aprire gli scrigni della memoria, a dare sfogo ai ricordi, un po' come si fa negli scritti a sfondo autobiografico raccolti nell' Archivio di Pieve Santo Stefano o, qui da noi, nella collana "Autografie" delle edizioni Alice; se è vero che il mondo negli ultimi decenni è cambiato più che nei secoli precedenti, ne ha di cose da raccontare chi è nato all'inizio del Novecento!
Una lotta contro l'oblio, dunque, quella che proponevo. Fra i candidati lottatori, seduti sui giovani banchi del Liceo, Raoul Monetti era l'unico rappresentante del sesso maschile. Mentre le donne mendrisiotte aprivano le schermaglie facendo scoppiettare le faville della loro parlata, egli se ne stava pallido in ascolto. Ma la brace covava sotto la cenere. E in una fiammata di tardiva giovinezza si è rinvigorito in lui il desiderio di scrivere, di vuotare il sacco.
E' dunque un piacere, per me, poter presentare queste pagine che si inscrivono con felicità nella categoria delle testimonianze.
"Vita di paese", poteva intitolarsi il libro, con il sottotitolo "La colpa di essere poveri": quella di Monetti è infatti la voce di un uomo innamorato del suo paese e, nello stesso tempo, attentissimo a quella che un tempo si chiamava "la questione sociale" e che oggi troppo spesso viene passata sotto silenzio, con la scusa del tramonto delle ideologie. Invece il libro s'intitola "Il salvadanaio dei desideri", perché quello era l'unico salvadanaio posseduto dal ragazzino che doveva montare su uno sgabello per arrivare al tavolo dei denti di cera e delle impronte di gesso, nel "reclusorio" dove imparava il mestiere di meccanico dentista. Lo stesso ragazzo che, in un momento felice, dall' alto della Rotonda del Generoso si accorge di quanto grande è il mondo e di come sono belle le ragazze con le gonnelline bianche che rincorrono le palline da tennis sui prati della Cascina d'Armirone.
Quelle ragazze appartengono alla borghesia, la Grande Avversaria. Raoul comincia a riflettere sulle cose della vita rinchiuso in una cucina senza finestre, in una casa dove si vive "in soli tre locali": la Mendrisio del popolino da fund. Dall'altra parte c'è la Mendrisio delle famiglie patrizie: quii da scima.
Dalla sua specola, l'osservatore guarda un paese dove tutti si conoscono, tutti hanno un nome, un cognome e spesso un nomignolo. Egli partecipa attivamente alle vicende pubbliche e anche ora, scrivendo ne, prende posizione, dà giudizi, si espone. Non è illetterato che si nasconde dietro i palchetti della sua biblioteca né lo storico "neutrale" che un po' taglia un po' cura la ferita né il politico navigato che dice e non dice, talvolta cambia le carte in tavola (o, per dirla alla ticinese, alfa l'uregiatt). Monetti dice la sua schiettamente: è dalla parte dei nullatenenti, quelli che non hanno diritto a tutori, come comunica freddamente il signor sindaco alla donna del popolo, la madre di Raoul, andata a chiedere consiglio per i suoi figli.
Ma l'autore non fa demagogia: le sue osservazioni, spesso d'interesse sociologico e psicologico, sono accompagnate da documenti, a indicare il carattere della testimonianza in cui il pubblico s'intreccia con il privato. E rende omaggio al fratello Pietro, comunista integro e pungente che ha lasciato il segno nel Borgo e nel Cantone.
Il rammemorante è preciso: ricorda il prezzo di un carico di legna da ardere, lo stipendio del becchino, il cinquanta centesimi distribuito all'uscita del cimitero a quelli che hanno seguito il feretro del ricco, le date degli avvenimenti comunali, il numero dei passi fatti per andare al Generoso o per percorrere una lastra di granito, il mazzo di narcisi colti a Cragno, il bue delle Feste legato alla porta della macelleria, la casa del possidente con le statue nel giardino, il nome dei disoccupati seduti sugli scalini della "Camera del lavoro" accanto al Lüis Lavizzari, il nome dei marsinitt del caffè Nava, il giovanotto magro incontrato per strada con gli occhi "luccicanti di gaiezza, la gaiezza del debilitato mentale". Tutto un microcosmo, rievocato in una cronaca scrupolosa dove un lessico qua e là ricercato si mescola con il colore del dialetto, "l'alto" convive con il "basso".
Leggendo queste pagine ho incontrato un nome, quello del sindacalista Amilcare Gasparini, che ha acceso un barlume anche nella mia memoria: rivedo, in una foto degli album casalinghi - una delle umili reliquie lasciate da mio padre ai familiari -, un uomo con la fronte alta e la lavallière. Ecco dunque già avviato un dialogo tra le generazioni: tra chi, bambino, ha visto con stupore l'arrivo in paese della luce elettrica e chi, come me, è nato quando in Europa c'era l' "oscuramento". Dialogo che va proposto ai giovani d'oggi, risparmiati dalle guerre mondiali e dai totalitarismi del "Secolo breve"* ma minacciati da altre tenebre, da altri oscuramenti.

Piazzale Municipio di Mendrisio (1902)
L'antica costruzione medievale col portico e col solaio aperto ha ormai concluso il suo ciclo. Scomparirà ancor prima del Vicolo del Torchio dove, sui suoi muri esterni, poggia la fontanella in pietra che s'intravede.


 


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