L'areo della libertà. Il caso Bassanesi e il Ticino

Recensione apparsa su "area", settimanale di critica sociale, 15 novembre 2002, ANNO V, N. 34

Genesi dell'opera

Il caso Bassanesi è, fra i molti episodi che videro protagonisti gli antifascisti ticinesi, quello più conosciuto e che maggiormente colpì l'opinione pubblica per l'audacia che lo costraddistinse. Il titolo del libro, "l'aereo della libertà", riprende un articolo, probabilmente di Filippo Turati, apparso sul bollettino "Italia" di cui il grande vecchio del riformismo italiano ne era il direttore. Nel suo scritto, egli salutava entusiasticamente il volo su Milano.
Il libro, nel suo impianto generale, è quello presentato a Losanna nel 1979 da un giovane studioso, Giuseppe Butti, prematuramente scomparso. Nipote dell'avvocato socialista Francesco-Nino Borella, difensore di Carlo Rosselli al processo di Lugano, egli potè consultare gli archivi del nonno. La semplice traduzione del mémoire dopo così tanto tempo, non era più proponibile: il libro è quindi il risultato di una fusione di quel testo con uno nuovo, frutto della consultazione di fonti dell'Archivio di Stato, dell'Archivio federale, dei fondi di Francesco Borella e di Gianrico Corti materiali recuperati nel frattempo dalla Fondazione Pellegrini-Canevascini.

Il libro

È quindi un nuovo testo quello che presentiamo al lettore, molto più ampio nei contenuti e corredato da una trentina di fotografie: edito dalla Fondazione Pellegrini-Canevascini, stampato dalla tipografia Jam di Prosito, L'aereo della libertà. Il caso Bassanesi e il Ticino è l' 11° volume della collana "Quaderni di storia del movimento operaio nella Svizzera italiana". Il libro è concepito come un racconto che osserva gli avvenimenti dai vari punti di vista degli attori coinvolti. È intercalato da documenti riportati spesso per intero, diversi inediti, parecchi non solo di grande interesse storico ma di alto contenuto politico ed etico (si vedano ad esempio alcune lettere di Rosselli). Questa impostazione ha portato alla scelta di limitare l'apparato delle note e delle referenze allo stretto necessario.

Chi era Bassanesi?

Non poteva mancare un ritratto del protagonista principale della vicenda, Giovanni Bassanesi. Nato nel 1905 ad Aosta, di formazione maestro elementare, egli lasciò l'Italia nel 1927 e si stabilì a Parigi. Di idee liberali egli si mise a disposizione di "Giustizia e Libertà" per il volo su Milano. L'anno successivo ritenterà l'impresa da Costanza che fallirà perché ormai le polizie d'Europa lo tenevano sotto controllo. Del suo idealismo ma anche della sua grande fragilità, delle difficoltà che incontrerà negli anni Trenta, il libro ne dà testimonianza. Eccone un passaggio:
"Vittima di un esaurimento nervoso già nel 1931, in una lettera al procuratore pubblico Gallacchi (luglio 1932), egli esternerà tutto il male di vivere, la solitudine, la paura di un tracollo: chiederà, quasi implorante, la continuazione della corrispondenza con il magistrato. Confesserà che nell'ultimo anno aveva avuto parecchi problemi legati ad eventi che lo avevano "profondamente turbato, altri scosso fino alle radici dell'essere mio, altri umiliato [¼]. Quasi tutti [¼] mi hanno fatto soffrire". In particolare egli farà riferimento ad incomprensioni con amici, alla perdita di contatti, da mesi e mesi, con la famiglia ad Aosta ed alla "tremenda notizia della fine della mia buona sorellina". I legami con gli amici politici di "Giustizia e Libertà" si guasteranno al punto che sarà espulso dal movimento".

I contenuti

Nell'introduzione si è voluto inquadrare il volo su Milano nel contesto più generale. In Italia il regime di Mussolini si consolida; l'antifascismo, nelle sue diverse componenti ideologiche, si riprende dopo la sconfitta: accanto alle forze democratiche tradizionali che sopravvivono praticamente solo nell'emigrazione, comunisti e aderenti al movimento "Giustizia e Libertà" riorganizzano l'opposizione anche nella penisola; in particolare il Ticino ha un ruolo di primo piano nel sostegno all'antifascismo italiano e ciò provoca contrasti frequenti con le autorità federali, preoccupate di mantenere relazioni cordiali con il regime italiano. "Giustizia e Libertà", organizzatrice del volo, ritenterà da Costanza (novembre 1931) di ripetere l'impresa, senza successo. In questa parte sono pure ricordati altri voli di propaganda.
Il primo capitolo, che Butti aveva intitolato "I fatti", nel libro è accompagnnato da un punto interrogativo a voler significare come essi siano tutt'altro che chiari. Come appare nel secondo capitolo infatti, ci sono da un lato le inchieste della polizia e della procura, che non riescono a scoprire tutti i retroscena, dall'altra ci sono Bassanesi e i coautori che viceversa, per ovvie ragioni, cercano di sviare, di nascondere, addirittura di stravolgere gli avvenimenti.
Il terzo capitolo riguardante il processo è stato molto ampliato rispetto a quello originario, comprendendo anche gli aspetti giuridici della vicenda (requisitoria di Gallacchi, interventi della difesa, sentenza e suo commento) e le testimonianze della difesa. L'espulsione da parte dell'autorità federale, già chiarita da Mauro Cerutti per quanto riguarda la discussione e le decisioni del Consiglio federale nel suo "Fra Roma e Berna. La Svizzera nel ventennio fascista", viene arricchita con nuove informazioni sulla scarcerazione e sull'abbandono del suolo svizzero da parte del Bassanesi.
I commenti a tutti gli avvenimenti da parte della stampa italiana (di regime) e di degli esuli stampata all'estero, nonché di quella europea in generale, mostrano quanto avesse colpito l'opinione pubblica questo spettacolare gesto. Nuova è pure la parte sulle conseguenze che ebbe il volo: le misure prese dall'Italia per il controllo della frontiera, quelle della Svizzera in campo militare, del codice penale federale.

I partiti ticinesi e le autorità federali di fronte al caso Bassanesi

Nelle conclusioni, i socialisti seppero utilizzare il caso a loro favore; il partito non si lasciò intimidire dalle gravi accuse rivolte al Ticino dall'esterno e, pur mantenendo una posizione fortemente critica nei confronti del Consiglio federale, evitò di lasciarsi invischiare nelle polemiche della politica cantonale per dedicarsi completamente alla causa antifascista. Il caso mise in evidenza altresì le divisioni all'interno del partito liberale-radicale e anche di quello conservatore. A parte i socialisti, gli altri partiti sfruttarono il caso per scopi di politica cantonale, isolandolo dal suo contesto che era la lotta contro il fascismo.
La politica del governo federale"La vicenda processuale si era svolta nel modo più consono alle speranze di Berna e anche Roma non poteva essere del tutto scontenta. Grazie anche al silenzio della stampa italiana, al comportamento di grande serenità degli imputati e del presidente della Corte, gli animi si erano andati calmando, come riconosceva lo stesso Motta in una lettera a Wagnière. Non risultano specifiche pressioni del governo italiano per dare un esito diverso al caso Bassanesi. Nessuno dei personaggi coinvolti era intenzionato a fermarsi in Ticino o in Svizzera, quindi il tutto si sarebbe concluso con la partenza di Bassanesi, una volta scontata la pena, ad inizio dicembre. In tale contesto, la decisione del Consiglio federale (in seguito al "consiglio" del Procuratore pubblico federale che getta un'ombra sul principio della divisione dei poteri) non poteva essere letta in altro modo; era una calata di brache di quelle evocate da Nello Rosselli, non richiesta e perciò ancor più vergognosa e controproducente.
La decisione aveva beninteso un doppio scopo; indirettamente offriva un contentino all'Italia, mentre di fatto consentiva alla Confederazione di premunirsi contro il ripetersi di simili tentativi. L'obiettivo principale poteva tuttavia essere perseguito in altro modo, ben più concreto, rafforzando i controlli sulla navigazione aerea; al limite proibendo il sorvolo dell'intero arco alpino, visto che voli transalpini non ne esistevano ancora e quindi non si interrompevano rotte commerciali. Su tale strada si incamminerà non a caso, la diplomazia italiana, muovendo specialisti di questioni tecniche, non i grandi retori da corridoi di palazzo. Ci sembra quindi di dover trarre la conclusione che la manovra del Consiglio federale fu intempestiva e inutile, un atto di debolezza dell'intero governo svizzero."

 


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