La casa del Popolo: un simbolo
Ai suoi inizi, il movimento operaio venne perseguitato e si
cercò di schiacciarlo in tutti i modi, in generale violenti.
Malgrado ciò esso riuscì, a poco a poco, a farsi
il portavoce delle richieste che provenivano dalla classe operaia,
diventò la controparte nelle trattative con i padroni
e si fece largo nell'arena politica. Fu allora evidente che bisognava
rendere più visibili i suoi obiettivi politici ed economici,
ma anche quelli sociali e dimostrare nei fatti che essi erano
opposti a quelli del sistema capitalista. Nacquero perciò
i giornali che diffusero le idee; nel contempo si radicò
il movimento cooperativo, che diffuse i fatti. Ci voleva però
un luogo che rappresentasse l'esistenza di questa alternativa,
un segno nello spazio, come le chiese e i campanili che evidenziavano
il fatto religioso: il popolo, insomma, cercava la sua casa.
Il fenomeno delle Case del Popolo ha una sua epoca: dalla fine
dell'Ottocento fino agli anni Quaranta del Novecento. Esso risponde
ad un secondo bisogno popolare, quello di realizzare in comune
le opere di progresso igienico e morale che non era pensabile
ottenere con sforzi individuali, isolati. Il proletario d'allora
non doveva infatti combattere una povertà, ma era in costante
battaglia contro le diverse povertà che lo minacciavano:
quella delle risorse, certo, visti i salari da fame; quella di
tempo, con una giornata di lavoro che rubava ore anche al sonno;
la povertà di spazio in case anguste e oscure, nelle camere
da letto condivise con i numerosi figli; la carenza d'igiene,
che portava con sè le malattie e la morte precoce; povertà
di sicurezza, sia sul lavoro che di fronte ai casi della vita
(niente cassa malattia, nessuna pensione, nessuna protezione
contro la disoccupazione); povertà culturale con la presenza
dell' analfabetismo. La Casa del Popolo fornì locali puliti,
bagni, lavanderia; offrì pasti caldi, viveri a buon mercato;
dispose di giornali e biblioteche accessibili a tutti e organizzò
corsi d' istruzione come l'università popolare, ma anche
teatri e cinema.
La Casa del Popolo fu costruita direttamente dalle organizzazioni
operaie, come a Claro, durante lo sciopero degli scalpellini;
oppure venne comprata con gli sforzi di tutti e diventò
proprietà cooperativa. Questa seconda variante fu preferita
quando, di fronte alla reazione violenta contro le ragionevoli
rivendicazioni che avevano portato la classe operaia, provata
da quattro anni di privazioni dovute alla guerra, allo sciopero
generale si rese necessaria una risposta rapida e incisiva. Si
comprarono allora, nei primi mesi del 1919, alcuni tra i più
lussuosi alberghi, posti lungo i viali centrali. Fu il caso dello
Schweizerhof di Bellinzona, che il Fascio delle organizzazioni
operaie trasformò nella Casa del Popolo.
Fu poi lo Stato sociale, conquista del movimento operaio dopo
la seconda guerra mondiale, a risolvere diversamente molti dei
bisogni delle famiglie operaie; la Casa del Popolo perse parecchi
dei suoi scopi originari. Mantiene però, almeno secondo
l'opinione di chi scrive, quello di simbolo, che faceva dire
ai militanti bellinzonesi del 1919: "Siam qui pur noi!"
Bellinzona: il più bell'esempio ticinese
Bellinzona ha vissuto diversi cambiamenti nel tempo. Due di
essi riguardano gli ultimi decenni del diciannovesimo secolo
e hanno avuto profonde conseguenze sul suo tessuto urbano: dal
1878 essa è la capitale stabile del Cantone e dal 1882
costituisce il principale nodo ferroviario del Ticino. Si passa
così dai 4000 abitanti del 1880 ai 10500 del 1910. Lo
sviluppo della città porterà anche alla fusione
con i comuni viciniori nel 1905. Gran parte di questa nuova popolazione
è costituita da lavoratori: impiegati cantonali, in misura
ancora limitata poiché la struttura amministrativa del
Ticino è poco più che embrionale, operai e impiegati
delle Ferrovie (Gotthardbahn dapprima, Ferrovie federali poi)
e dell' Officina.
Stando così le cose non ci sorprende scoprire che a Bellinzona
sorgono presto le prime forme di organizzazione operaia che affiancano
le iniziative progressiste della metà del secolo (Circolo
degli Operai) e la Cooperativa del 1867, opera degli ambienti
più radicali del liberalismo bellinzonese. Nel gennaio
di centoventi anni fa sorgeva l' organizzazione federale del
personale del treno (SZPV), per iniziativa della sezione di Bellinzona
che era la più numerosa (40 soci) dopo quella zurighese.
Nell'aprile dello stesso anno veniva fondato il Grütliverein
della capitale.
I ferrovieri costituirono quindi il fulcro del movimento operaio
di Bellinzona. Essi non aderirono che molto tardi alla Camera
del Lavoro nata a Lugano nel 1902; la loro storia sindacale fu
quindi diversa da quella delle altre categorie. Lo si vide bene
nel caso dello sciopero generale del novembre 1918: mentre la
classe operaia ticinese restava distante e fredda, accettando
la lettura borghese dei fatti che accusava i "bolscevichi"
del Comitato di Olten di creare il caos e preparare la rivoluzione
per aiutare l'imperatore di Germania ormai vicino alla resa militare,
i ferrovieri parteciparono in massa allo sciopero, i loro dirigenti
furono arrestati, si creò un fossato tra le organizzazioni
operaie e la cittadinanza.
La lotta, persa nell'immediato ma vincente nel medio periodo
(si chiedeva, tra l'altro, la proporzionale, l'AVS, il voto alle
donne) rafforzò la volontà d'azione del movimento
che reagì alla sfida costituendo il "Fascio delle
organizzazioni sindacali di Bellinzona e dintorni" nel febbraio
1919. Subito si presentò l'occasione di comperare uno
stabile di pregio costruito nel 1908 in stile liberty e posto
di fronte alla stazione; il movimento operaio ancorava la sua
presenza nella pietra dell' Hôtel Schweizerhof. Furono
necessari 160'000 franchi (come a Friborgo e a Soletta) che si
raccolsero attraverso l'emissione di quote sociali da 25 franchi
l'una (un meccanico all' Officina guadagnava allora 77 centesimi
e un fabbro 92). Simbolicamente si rimosse il ritratto del generale
Wille per sostituirlo con quello di uno dei condannati per lo
sciopero, Giovanni Tamò, "reduce dalle patrie galere".
La Casa del Popolo divenne sede sindacale, ma anche di attività
culturali (biblioteca e sala di lettura, Università popolare,
scuola di musica, filodrammatica) e ricreativo-sportive (UTOE,
Unione Ticinese Operai Escursionisti). Doveva diventare anche
il cuore dell'informazione socialista, con il trasferimento a
Bellinzona della redazione e della tipografia di "Libera
Stampa" che avrebbe trovato posto, con "Il Ferroviere"
nei locali costruiti su via Cancelliere Molo: l'idea, caldeggiata
dalla sezione socialista locale, non ebbe però seguito.
Si sviluppò subito, invece, il cinema che, nel 1930 si
insediò nella nuova costruzione sorta a nord della Casa
del Popolo; il Forum divenne punto di aggregazione cittadino
anche grazie al suo Foyer, luogo di balli e di serate carnascialesche.
Sul finire degli anni Settanta molte Case del Popolo chiusero
i battenti o si trasformarono in altre strutture; anche quella
di Bellinzona rischiò di seguirle, ma la fine fu evitata
di un soffio e venne invece deciso un programma di ristrutturazione.
Si iniziò nel 1978, eliminando le camere d'albergo e reinsediando
nell'edificio alcuni segretariati sindacali; nel 1999, al posto
della tipografia sorse un palazzo con appartamenti a pigione
moderata. Ora l'Unione sindacale di Bellinzona ha rimesso a disposizione
della cittadinanza ben due sale cinematografiche.
La Casa del Popolo, come ha dimostrato la recente protesta contro
la presenza di Blocher in quella di Bienne, tien vivo un ideale
e resta un riferimento per il movimento operaio. In una recente
intervista, un militante mi raccontava di infuocate riunioni.
"Dove le tenevate?", chiesi. "Alla Casa del Popolo,
nella sala rossa. Dove, sennò?"
Gabriele Rossi

Costruzione del vecchio forum, accanto alla Casa del Popolo (1929-1930)

Il nuovo forum di Bellinzona (2004)
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